Dario Varini, «Il circolo Pessoa», Milano, Leone Editore, 2021

Dario Varini, Il circolo Pessoa, Milano, Leone Editore, 2021, 208 pp.

Ricardo Reis è molto timoroso di volare, ma vuole superare la sua fobia e s’imbarca con un cargo della South American Airways che da Rio de Janeiro fa rotta verso Lisbona. L’altro protagonista è Leonardo, un milanese che, dopo aver tentato di cambiare il mondo negli anni ’70, ha subito il reflusso politico dei decenni successivi ed ora necessita di rompere gli schemi di una vita abitudinaria e decide di trascorrere alcuni giorni assieme a Ricardo. Il terzo componente della compagnia si chiama Fernando Pessoa, come il noto poeta, ed è colui che guida i tre amici in disquisizioni storiche e letterarie attraverso un viaggio surreale nel Portogallo, dove gli avvenimenti di stretta attualità s’intersecano con le vicende di un passato lontano.

Il racconto potrebbe risalire ai primi mesi del 2020. Tra gli avvenimenti che lo scrittore fa riportare al quotidiano Diário de Notícias vanno segnalati la presenza dei «gilet gialli» e il movimento delle «Sardine», nato in Italia e proliferato anche in Portogallo. Copiosi sono i riferimenti toponomastici della capitale situata a ridosso dell’Atlantico: il giardino zoologico di Sete Rios, il Palácio dos Marqueses de Fronteira, i quartieri di Monsanto, Chiado, Santa Justa, Belém, Sintra, il Mercado da Ribeira, le vie di Alacrim, dei Douradores, Garrett, le fermate di Restauradores e Rossio, il Miradouro de Santa Catarina, la piazza Marquês de Pombal, la statua di Adamastor e l’aeroporto Humberto Delgado.

I tre compagni di questo informale ma consolidato sodalizio culturale compiono inoltre un viaggio attraverso luoghi meno visitati del territorio lusitano. Anche in questo caso Varini riporta i nomi delle località in cui i protagonisti transitano: l’Algarve, Ribatejo, Entroncamento, Bela Rio, Tomar, il distretto di Santarém, Tavira –famosa per il carnevale in maschera– e la fortezza di Cacela Velha, che domina un panorama marittimo fiabesco. Nel romanzo rientrano anche alcune località spagnole, come Bilbao e Badajoz.

Durante il loro peregrinare, oltre a disquisire sulle opere di Charles Dickens e di Simon Winchester, il trio s’immerge in discussioni che riguardano i momenti salienti dell’Europa e dell’area lusitana nell’ultimo millennio. Già dal Medioevo fanno irruzione personaggi molto noti: i templari Ugo di Pains e Gualdim Pais, l’arcivescovo di Gerusalemme Guglielmo da Tiro, il sovrano Filippo IV il Bello, i Pontefici Bonifacio VIII, Clemente V, Giovanni XXII. Trovano spazio nei loro discorsi anche le gesta del Saladino e la mitezza di San Francesco d’Assisi, che durante una crociata avrebbe anticipato l’ideale ecumenico incontrandosi col sultano Malik al Ka. Nella disanima dell’“età di mezzo” non sono dimenticati illustri letterati come Cavalcanti, Dante, Petrarca, Ficino. Proseguendo in linea temporale, sono analizzate le epoche dei più illustri esploratori, come Vasco De Gama, e alcuni meno noti, come Alfonso de Albuquerque. Associato alla conquista del Brasile, Fernando narra la biografia del missionario António Vieira che, come Bartolomé de Las Casas, si è battuto per la salvaguardia delle popolazioni autoctone. Per quanto riguarda il diciassettesimo secolo, oltre a disquisire dei giansenisti, di Racine e di Molière, i tre amici ripercorrono la vicenda di Mariana Alcoforado, una monaca del convento di Nossa Senhora da Conceição in Beja che, come Virginia de Leyva a Monza, intrattenne una relazione segreta con un ufficiale francese, il maresciallo Noël Bouton. Per quanto concerne il periodo contemporaneo, il gruppo rievoca un avvenimento drammatico legato ai repubblicani Alfredo Costa e Manuel Buíça che, il 1 febbraio 1908, uccisero Carlo I e Luigi Filippo Braganca; uno spartiacque che in breve tempo avrebbe esautorato la monarchia portoghese. Trattando del regime salazariano, sono menzionati due fatti: il primo, legato alle lotte contadine organizzate da Germano Vidigal e Alfredo Lima, due braccianti uccisi dalla «PIDE»; il secondo, legato alla municipalità marittima di Grandola, dove da metà degli anni ’60 è attiva la Sociedade Musical Fraternidade Operária Grandolense, un presidio che avrebbe osteggiato il regime fino alla notte della Rivoluzione dei Garofani, il 25 aprile 1974.

Tra musiche del compositore Luís de Freitas Branco, un bicchiere di Madeira Bual e una picanha con riso bianco e fagioli, lo scrittore e insegnante verbano Dario Varini racconta con dovizia di particolari il viaggio culturale di tre amici di vecchia data che si dilettano ad interpretare eventi del passato.

Roberto Riva

(Notiziario n. 109, settembre 2022, pp. 17-18)

Diamela Eltit, «Manodopera», traduzione e nota critica di Laura Scarabelli, Napoli, Alessandro Polidoro Editore, 2020

Diamela Eltit, Manodopera, traduzione e nota critica di Laura Scarabelli, Napoli, Alessandro Polidoro Editore, 2020, 164 pp.

A quasi vent’anni dalla prima uscita, Mano de obra si pubblica in italiano nella precisa e raffinata traduzione di Laura Scarabelli, che giustamente le è valso il premio IILA nel 2021. È il napoletano Alessandro Polidoro a darlo alle stampe, sesto numero della collana «I Selvaggi».

Il romanzo si presenta diviso in due parti. Nella prima, ripartita in otto capitoli, un io narrante indeterminato, bassa manovalanza di un supermercato, si esprime in prima persona, trascinando violentemente il lettore nella routine alienante della grande distribuzione. Molti i nemici in agguato, da cui difendersi. Da un lato i clienti, che ispezionano i prodotti, li toccano, li danneggiano, si lamentano, fanno domande: «Mi adeguo alle richieste. […] (Non soffro mai eccessivamente). Sono un corpo che sa adattarsi all’astio circostanziale e imprevedibile che invade i clienti» (p. 21). Dall’altro i temuti capireparto, pronti a raccogliere lamentele e a verificare mancanze, per minacciare punizioni e licenziamenti: «i supervisori […] vivono ogni momento come se fosse l’ultimo e, proprio a causa dell’inquietudine generata da questa situazione, mi perseguitano e mi fanno passare la giornata sommerso nel (relativo) malessere che ora sto cercando di esprimere» (p. 25). Ma anche il tempo, dilatato nella postazione lavorativa, esercita il suo potere perverso sul commesso stremato dalla fatica e dalla tensione, fino alla richiesta ultima di un turno d’emergenza natalizio di ventiquattr’ore, «Senza nessuna tregua» (p. 58), senza straordinari, senza bere, senza mangiare, senza pause igieniche, nell’imminenza del licenziamento. L’ossessione del lavoro si trasmette dalla veglia al riposo, accentuando la stanchezza, l’apatia e le patologie latenti: «Questa luce ossessiva mi affligge e mi produce la sensazione di una vertigine permanente. Sono malato […]. Poco concentrato, smemorato e leggermente assente da tutto ciò che sta accadendo all’interno di questo reparto» (p. 42).

La seconda parte si presenta divisa in diciannove capitoli e declina le potenziali voci –Gloria, Alberto, Enrique, Gabriel, Sonia, Isabel…– che, in modo apparentemente omogeneo, componevano la sezione precedente: «Esausti e sconfitti dal cartellino appeso sul grembiule. Insultati dall’umiliazione di esibire i nostri nomi. Logorati dall’obbligo di mantenere intatti i nostri sorrisi tra le corsie. Stravolti e mortificati perché nessuno si rivolgeva a noi come si doveva. Sconfortati dalla reiterazione di domande idiote, tristemente abituati a ricevere rimproveri, penosamente obbligati a mascherarci» (p. 97). Un’indefinita e apparentemente compatta prima persona plurale passa in rassegna i personaggi di un microcosmo angosciante e violento, bestiale, in cui l’istinto di sopravvivenza ha la meglio su ogni principio di rispetto, di solidarietà e di affetto. Su tutto e su tutti incombe la possibilità del licenziamento, senza preavviso. Non esiste pietà per debolezze e cedimenti: anche gli ingranaggi della sfera pseudo-privata devono funzionare perfettamente, pena il declassamento fino all’espulsione dalla comunità parallela. L’io collettivo vigila senza posa, non risparmiando disprezzo, diffidenza e posizioni complottiste verso ciascuno dei singoli: incombe una privazione dell’umanità a tutto tondo, che rasenta la pazzia, l’allucinazione, la demenza.

La scrittrice cilena riesce sapientemente a trasmettere le sensazioni di un ambiente asfittico, malato, opprimente, generando ansia nel lettore che inevitabilmente si riconosce in un sistema spersonalizzante e fagocitante, in un’umanità fragile e insicura. Il romanzo costituisce un’esperienza narrativa di grande intensità, che va oltre l’allegoria della classe operaia cilena per svelare i prodromi di una società capitalista vuota e abietta. Ma, come sottolinea Laura Scarabelli ne «Il mondo-supermercato di Diamela Eltit: un esercizio di lettura», «Nonostante il ritratto spietato di un mondo impossibile e invivibile, c’è ancora speranza, nella stessa presenza dei corpi assediati del mercato che, nonostante tutto, resistono e testimoniano la consistenza dei loro mali» (p. 158).

Patrizia Spinato B.

(Notiziario n. 109, settembre 2022, pp. 16-17)

Giancarlo Andenna, Franco Cardini, «Barbarossa e i comuni italiani», Milano, Jaca Book, 2022

Giancarlo Andenna, Franco Cardini, Barbarossa e i comuni italiani, Milano, Jaca Book, 2022, 234 pp.

Due storici medievisti di grande autorevolezza, Franco Cardini, noto estimatore di Federico I Barbarossa, e Giancarlo Andenna, specialista di storia della Chiesa, hanno voluto pubblicare in questo recentissimo volume, edito per i tipi della Jaca Book, un’interessante raccolta di fonti sul rapporto intercorso tra l’Imperatore Hohenstaufen e i Comuni lombardi, i quali si erano opposti fermamente alle sue pretese politiche.

Nel 1154, dopo aver affermato il proprio potere in Germania, il Barbarossa era sceso in Italia e, riunita una dieta a Roncaglia nei pressi di Milano, aveva comunicato ai comuni rivoltosi la sua intenzione di riappropriarsi di tutti i diritti che gli spettavano come re d’Italia. Di fatto, i comuni erano insorti contro di lui non in opposizione all’Impero in sé, ma in difesa della propria autonomia politica e amministrativa di cui godevano da decenni. Se da un lato, infatti, avevano intrapreso rapporti feudali con Federico I Barbarossa, dall’altro erano costituivi di un nuovo tessuto urbano e politico: avevano creato una nuova forma di organizzazione sociale, che si opponeva al feudalesimo, e una nuova solidarietà cittadina, inconcepibile per la Germania dell’epoca, nella quale la plebe non era più semplicemente plebe ma rivendicava il diritto alla “cittadinanza”. Ne scaturì, di conseguenza, una lunga stagione di guerre che si concluse, dopo alterne vicende, con la pace di Costanza del 1183.

Le fonti e le cronache, riportate dai due studiosi in questa preziosa raccolta, narrano con dovizia di particolari le complesse fasi dello scontro armato e diplomatico, dandone un’interpretazione politica contrastante: da un lato l’Anonimo milanese redige le sue note a sostegno di Milano e delle città lombarde ribelli, Ottone e Acerbo Morena scrivono a favore dell’Imperatore. Proprio su questo aspetto fortemente contraddittorio è costruito il volume di Andenna e Cardini i quali, nell’evidenziare l’importanza di queste narrazioni antitetiche, stimolano il lettore a chiedersi quali siano state le reali cause delle divergenti interpretazioni e a non fermarsi alle motivazioni tradizionali.

A. Cioppi

(Notiziario n. 109, settembre 2022, p. 16)

David Abulafia, «La Grande Mer: une histoire de la Méditerranée et des Méditerranéens», traduzione dall’inglese di Olivier Salvatori, Paris, Les Belles Lettres, 2022

David Abulafia, La Grande Mer: une histoire de la Méditerranée et des Méditerranéens, traduzione dall’inglese di Olivier Salvatori, Paris, Les Belles Lettres, 2022, 744 pp.

David Abulafia, storico inglese di chiara fama, appassionato studioso di storia del Mediterraneo e professore emerito di questa materia all’Università di Cambridge, forse era predestinato a dedicare parte della sua vita e della sua opera al Grande Mare se pensiamo al suo cognome e immaginiamo una lontana parentela con Abraham Abulafia, il grande filosofo e cabalista spagnolo del XIII secolo, di origine e cultura ebraica.

Il libro, pubblicato per la prima volta (The Great Sea. A Human History of the Mediterranean) nel 2011, ripercorre la storia di un mare che per circa tremila anni è stato il fulcro di civiltà di prim’ordine e punto di riferimento insostituibile per le maggiori potenze gravitanti intorno ad esso. Abulafia, però, in questa sua opera ci racconta che il Mediterraneo fu anche e innanzitutto un mare a misura d’uomo: dalla rovina di Troia alla guerra di corsa e alla pirateria, dalle battaglie navali tra Cartagine e Roma alla diaspora ebraica dei mondi ellenistici, dall’ascesa dell’Islam ai Grandi Tour dell’Ottocento e al turismo di massa del XX secolo. La chiave di volta della sua tesi è l’idea che la prosperità di città marittime quali Venezia, Trieste, Alessandria, Salonicco, per citarne solo alcune, sia stata in gran parte fondata sulla loro capacità di accogliere popoli, culti e identità, e di farli convivere. Il mediterraneo, il cui nome significa ‘mare tra le terre’, incarna da millenni questo luogo straordinario nel quale religioni, economie e sistemi politici si sono incontrati, scontrati, influenzati e, infine, assimilati. I romani lo chiamavano Mare Nostrum, i turchi ‘Mar Bianco’, gli ebrei ‘Mare Grande’, i tedeschi ‘Mare di Mezzo’ e gli antichi egizi il ‘Grande Verde’. Da allora, il Mediterraneo è stato indicato persino come il «Mare Interno, il Mare Corruttore, il Mare Amaro, il Continente Liquido» ma, in qualunque modo sia stato chiamato, è indiscutibile che dalle sue sponde discende ogni aspetto che ci rappresenta. Abulafia descrive tutto ciò con chiarezza nel suo libro straordinario e sorprendente, utilizzando la prospettiva delle scienze umane e soprattutto uno sguardo sociale, in aperta opposizione al determinismo di Fernand Braudel che fu del Mediterraneo il primo grande storico.

Ma questo Grande Mare, sorgente di ricchezza, commerci e affari, teatro di guerre e vittorie non è sempre stato un luogo attraente. Lo storico inglese lo dimostra con grande imparzialità. La pirateria, come pure la schiavitù, lo sfruttamento economico, l’intolleranza religiosa, le guerre, sante o meno, ne sono un esempio e ne hanno segnato profondamente la storia. Abulafia non ripercorre con un approccio impersonale gli avvenimenti che si sono susseguiti nei secoli sulla superficie di questo smisurato mare, ma insiste sulle diversità etnica, linguistica, religiosa e politica che lo contraddistinguono. Da appassionato narratore si distacca dall’accademismo di Braudel e scompone la storia del Mediterraneo e dei suoi popoli, coniugando la ricerca scientifica con lo stile brioso del romanzo.

Sapientemente tradotto in francese, illustrato con una bella iconografia e arricchito di mappe didattiche, il libro ha tutto ciò che richiede un lavoro storico rimarchevole: l’argomento di grande rilevanza, una ricerca solida, una scrittura ragionata e gradevole allo studioso e al lettore inesperto, e non ultima una visione perspicace della natura umana. Un’opera di oltre 700 pagine che si legge come un racconto avvincente dell’umanità, tragico ma a volte non privo di forte umorismo, nel quale sorgono e tramontano dottrine e imperi.

La Grande mer. Une Histoire de la Méditerranée et des Méditerranéens ha ricevuto il giudizio entusiastico e unanime della critica specialistica, ottenendo il British Academy Prize e il Mountbatten Maritime Award.

Alessandra Cioppi

(Notiziario n. 109, settembre 2022, pp. 15-16)

Seminario internazionale “Alma Novella Marani. Entre dos Orillas”, 18 novembre ore 15.00, Biblioteca Cnr Isem, Milano

Seminario internazionale dedicato ad Alma Novella Marani, nel centenario della nascita. Raffinata studiosa di origine cesenate, ha fatto tesoro della formazione argentina per approfondire i debiti culturali e le osmosi letterarie che legano profondamente Italia e Argentina. La sua figura e le sue opere meritano di essere studiate e rivalutate, anche per far luce su questioni biografiche e scientifiche ancora in ombra.

Hanno presentato l’incontro Gaetano Sabatini, Teresa Iniesta, Manrique Altavista, Paolo Zanfini ed Elena Victoria Acevedo. Sono invece intervenute sulla vita e sull’opera della studiosa Renata A. Bruschi, Patrizia Spinato, Adriana Cristina Crolla e María Teresita Minellono. Regia a cura di Emilia del Giudice e Martina Mattiazzi, con un ringraziamento anche alle studentesse dell’Istituto Caterina da Siena di Milano, oltre che all’attento pubblico.

Siamo orgogliosi di aver organizzato e ospitato un incontro scientifico a lei dedicato in un centro di ricerca che l’ha avuta tanto spesso ospite e che, attraverso le collane del prof. Bellini, ne ha pubblicato opere di fondamentale importanza.

Al termine del seminario, in collaborazione con il Consolato della Repubblica Argentina a Milano, sarà offerto un vino ai partecipanti in presenza e alcuni libri di Alma Novella Marani.

L’attività sarà in presenza con prenotazione obbligatoria scrivendo a: csae@unimi,it. Sarà possibile seguire in streaming l’evento sul canale YouTube CNR ISEM MIlano

Bookcity – Biblioteca MUDEC 17 novembre, ore 16.00

Giovedì 17 novembre ore 16:00 – Biblioteca MUDEC

L’Italia spagnola nella storiografia italiana del Novecento

a cura di:

CNR – Consiglio Nazionale delle Ricerche

con:

Patrizia Spinato, Alessandra Cioppi, Emilia del Giudice, Martina Mattiazzi, Teresa Iniesta e Marcello Verga

A Novant’anni dalla missione Egidi a Simancas. Studi mediterranei, a cura di Patrizia Spinato e Marcello Verga, Cagliari, ISEM, 2021

Gli studi qui riuniti intendono tracciare le origini dell’interesse degli accademici italiani verso il mondo storico e letterario iberico. Tre sono le parti che caratterizzano la miscellanea: la prima considera le relazioni tra gli storici italiani e gli archivi spagnoli tra il diciannovesimo e il ventesimo secolo; la seconda fa il punto sulle prospettive di ricerca intorno alla storia e alle culture del Mediterraneo; la terza cede spazio ai ricercatori del CNR che hanno voluto sottolineare i contributi delle rispettive Sedi nelle ricerche in ambito mediterraneo. Promotori sono stati l’Istituto di Storia dell’Europa Mediterranea, l’Istituto Storico Italiano per l’Età Moderna e Contemporanea e il Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali.

Bookcity – Biblioteca MUDEC 17 novembre, ore 14.30

Giovedì 17 novembre ore 14:30 – Biblioteca MUDEC

Da ieri a oggi. Scorci di personaggi milanesi tra Italia, Spagna e Iberoamerica

a cura di:

CNR – Consiglio Nazionale delle Ricerche

con:

Alessandra Cioppi, Emilia del Giudice, Teresa Iniesta, Martina Mattiazzi, Emilia Perassi, Patrizia Spinato e Marcello Verga

Vislumbres de España, Italia e Iberoamérica, a cura di Marifé Santiago Bolaños e Ion de la Riva, Oficina Cultural, 2020

Pensatori, politici e filosofi, scienziati, scrittori e artisti di nazionalità italiana, spagnola e iberoamericana costituiscono l’infinita carrellata dei personaggi ricordati in quest’opera, i quali con la loro vita e le loro attività hanno alimentato e animato nei secoli una comune cultura italo-iberica. Il volume, stampato in due tomi, è stato voluto e curato dall’Oficina cultural dell’Ambasciata di Spagna a Roma ed è stato realizzato grazie alla penna di numerosi esperti, studiosi, accademici e letterati, fra cui i ricercatori dell’ISEM di Milano. In questa multiforme costellazione di protagonisti emerge il filo conduttore dell’opera che li unisce e ne costituisce il fondamento: Io scambio reciproco di conoscenze e idee, la migrazione e la condivisione di un sentire comune, di obiettivi e di interessi; la passione per l’interculturalità e ogni forma di dialogo, confronto e incontro di saperi. Nel volume si leggono piacevolmente scorci (vislumbres) significativi di numerose personalità nate a Milano o nel suo territorio limitrofo. Personaggi di tutti i tempi e di grande notorietà ai quali non sarebbe mai stata associata, senza la pubblicazione di quest’opera, una comune storia multiculturale. Alcuni esempi: Alessandro Manzoni, Gabriella Morreale de Castro, Giuseppe Bellini, Franco Meregalli, Alberto Arbasino, Ferrante I Gonzaga, Lucia Bosè.

Mario Paoletti, «Memorias de un renegado. Historias de la cárcel. Y del exilio. Y del desexilio», Bernal, Universidad Nacional de Quilmes Editorial, 2020

Mario Paoletti, Memorias de un renegado. Historias de la cárcel. Y del exilio. Y del desexilio, Bernal, Universidad Nacional de Quilmes Editorial, 2020, 232 pp., https://ediciones.unq.edu.ar/569-memorias-de-un-renegado.html

Per scongiurare una fisiologica perdita di memoria e sopperire la diffusa rimozione dei compagni di carcere, Mario Paoletti (1940-2020) consegna, poche settimane prima di venire a mancare, questa sua biografia, che prende l’abbrivo dal suo arresto in Argentina, come fondatore e collaboratore, con il fratello Tito, della testata El Independiente, e si conclude alla vigilia della sua dipartita, nella patria di elezione.

Il libro, pubblicato dall’Università Nazionale di Quilmes, si compone di quattro capitoli e di un epilogo. A Margarita Pierini, direttrice della collana Textos y lecturas en ciencias sociales, viene affidato un breve paragrafo introduttivo, mentre di Enrique Pochat, docente di Diritti Umani presso la medesima Università, è la firma della postfazione, dal titolo Una memoria necesaria, in cui si traccia il quadro storico e politico che fa da sfondo alle memorie di Paoletti.

Il primo capitolo si muove intorno alla prigionia e alle diverse esperienze carcerarie dell’autore, da Devoto a Sierra Chica, a La Rioja, al carcere verde di Paraná, alla Plata, a Caseros. Gli assi tematici sono quelli canonici del contesto detentivo: la violenza, la fame, la pazzia, la condivisione, la paura, la sporcizia, l’isolamento, la tristezza, la disperazione, la nostalgia, la speranza. La routine della ‘Gran Cloaca’ viene interrotta solo dai segnali che annunciano la prossima scarcerazione e che innescano nuove reazioni: cambiano i sogni, cambiano le relazioni con gli altri prigionieri, si produce un senso di colpa verso chi resta. I tempi si dilatano ma alla fine, sommessamente, Paoletti torna in libertà.

Il secondo capitolo affronta il macrotema dell’esilio, con la solidarietà, la ricerca della normalità, l’apatia politica, le contraddizioni etiche, la comprensione, le regressioni oniriche che accompagnano gli ex detenuti nelle patrie adottive. Mario Paoletti, dopo un brevissimo transito in Canada, si stabilisce in Spagna, che già conosce e dove risiedono familiari e amici; paese in fervore, appena uscito dalla dittatura, di cui condivide la lingua. Il suo exilito dura solo tre anni e mezzo ma gli permette un rapido e fulgido ritorno alla vita normale, nonostante i permessi provvisori significhino una permanente minaccia di espulsione. In questo periodo transita dall’iniziale assistenzialismo all’indipendenza economica, passando per impieghi poco graditi; infine, dalle borse di studio, al meritato riconoscimento professionale. Alla caduta della dittatura si palesa una duplice opzione: tornare in patria, come fa immediatamente il fratello Tito, oppure restare nel paese d’elezione.

Il terzo capitolo esordisce con il frustrato tentativo di rientro, in una società ancora dominata dai codici dittatoriali, dove «resultó que el exilio, que en España se había terminado, seguía vigente en mi propia tierra. Y entonces, por segunda vez, volví a sentirme expulsado, no querido y maltratado» (p. 187). Paoletti patisce un ritorno alla democrazia post-bellico canonico, soprattutto in situazioni di guerra civile, quando a livello istituzionale si mescolano le opposte fazioni e si impone un pericoloso interregno che annulla qualsiasi scontata garanzia costituzionale. Per codificare la scelta ormai consolidata di restare in Spagna, fa proprio il neologismo coniato da Benedetti, desexilio, che abbraccia i nuovi affetti, i nuovi spazi, il nuovo tempo.

La quarta parte fa brevemente il punto sui principali personaggi e sulle situazioni chiave della storia: Néstor, Tito, Pilar; l’Alzheimer familiare, l’indulto in Argentina, la felicità ritrovata. L’epilogo chiude il cerchio su irrilevanti questioni etiche, quali il senso di appartenenza nazionale, legata piú ai ricordi del passato che ad ansie identitarie ormai dissolte. Entra qui in scena il potenziale ‘rinnegato’ evocato dal titolo, che conclude salomonicamente: «En este momento de mi vida solo soy capaz de alentar dos convicciones: que la crueldad deliberada es imperdonable y que una sociedad estructurada sobre la base de ricos y pobres es un escándalo. Todo lo demás es negociable» (p. 226).

Sebbene i temi trattati, soprattutto in ambito latinoamericano, siano un po’eccentrici rispetto alle mode letterarie attuali, questa biografia di Paoletti conferma l’alto valore umano e letterario della sua opera, che qui trova ideale compimento. Non solo per la forza degli argomenti trattati, ma anche per la qualità della penna e per la vis ironica che lo domina, la produzione narrativa di Mario Paoletti merita di trovare il giusto riconoscimento nelle lettere ispanoamericane.

Patrizia Spinato B.

(Notiziario n. 109, settembre 2022, pp. 14-15)

Páginas de literatura: Héctor Hernández Montecinos “1922, inicio de un siglo de poéticas latinoamericanas”

All’interno del ciclo di incontri «Páginas de literatura», giovedì 10 novembre si terrà la conferenza di Héctor Hernández Montecinos «1922, inicio de un siglo de poéticas latinoamericanas», organizzata dal CNR ISEM sede di Milano in collaborazione con l’Instituto Cervantes Milán e il Consulado General de Chile Milán – Italia.

Héctor Hernández Montecinos (Santiago de Chile, 1979) è una delle voci più influenti nel panorama della nuova poesia latinoamericana; ha ottenuto diversi premi e riconoscimenti, tra cui quello del Consejo Nacional del Libro y la Lectura del Chile e il Premio «Pablo Neruda».
Oltre che per le sue opere poetiche, si distingue anche per la sua attività di saggista ed editore di diverse antologie.

Dopo i saluti di Teresa Iniesta e di Christian Von Loebensteing Hufe, Patrizia Spinato introdurrà e coordinerà l’incontro.
Durante la conferenza, l’autore presenterà una panoramica della poesia latinoamericana dell’ultimo secolo e leggerà al pubblico alcune delle sue poesie.
Al termine dell’evento, verrà offerto un assaggio di vino a cura del Consolato del Cile.

Per partecipare all’incontro, è necessario registrarsi sul sito Eventbrite: https://l.cnr.it/eventbrite-hectorhernandezmontecinos

Locandina

Francesco Costa, «Questa è l’America», Milano, Mondadori, 2020

Francesco Costa, Questa è l’America, Milano, Mondadori, 2020, 204 pp.

Francesco Costa, giornalista e vicedirettore del giornale online Il Post, con questo saggio sugli Stati Uniti smentisce molti luoghi comuni legati all’immaginario collettivo sull’oltreoceano, smascherando alcune delle fallacie abitualmente utilizzate nei discorsi sull’America. Il volume, frutto di anni di attività e viaggi sul campo, che sono stati raccontati anche attraverso la newsletter e il podcast Da Costa a Costa, riprende alcuni dei temi che maggiormente ritornano nella rappresentazione convenzionale del nuovo continente. Ogni capitolo si concentra su un argomento, ma inevitabilmente essi si intrecciano, diventando concause delle trasformazioni in atto nel paese, che trovano spesso le loro radici nel passato.

La trattazione si apre con il tema dell’abuso di oppiacei pubblicizzati e venduti come antidolorifici, le cui conseguenze sono descritte come una vera e propria epidemia (non a caso, il capitolo si intitola «La piaga») che ha portato alla morte per overdose migliaia di persone. Prosegue con l’analisi di due casi di manifestazioni di civili contro il governo (il caso di Cliven Bundy, in Nevada, e i davidiani di Waco, in Texas) per la rivendicazione dei propri diritti, originati dal peculiare rapporto che gli americani hanno con le proprie autorità e con i tentativi di invadenza nelle vite private dei cittadini.

Il Texas viene ripreso nel terzo capitolo, «L’America nuova», approfondendo il sentimento di patriottismo che contraddistingue questo stato: inizialmente colonia spagnola, divenne poi territorio messicano; nel 1836, a seguito della rivoluzione texana, diventò indipendente e restò tale anche dopo anni dalla nascita degli Stati Uniti (ai quali si annetterà nel 1845). È uno dei più importanti produttori di petrolio, tanto che se fosse uno stato autonomo sarebbe il sesto al mondo per produzione, e il suo prodotto, il West Texas Intermediate, è considerato uno dei migliori per qualità. La sua economia si basa anche sul bestiame, data la vastità delle aree rurali, sulle energie rinnovabili e sulle industrie tecnologiche (ospita la sede della NASA). Il suo benessere economico si riflette anche sulla società: grazie all’immigrazione nazionale e continentale, dal 2010 al 2016 è stato il paese con il tasso di crescita di popolazione maggiore di tutti gli Stati Uniti e nel 2017 ha avuto una crescita demografica naturale del 52,5%. Per questi mutamenti sociali, il Texas viene descritto come «una versione in miniatura degli Stati Uniti» (p. 55): un paese sempre meno rurale e sempre più multietnico.

Sebbene queste trasformazioni siano viste da alcuni come un indebolimento della cultura statunitense, dai dati si evidenzia come le regioni economicamente più dinamiche siano proprio quelle più variegate dal punto di vista demografico. L’immigrazione di afroamericani e latinoamericani (in particolare dal vicino Messico) ha dato come risultato una spinta socioeconomica che ha avuto inevitabilmente ripercussioni anche sulla politica, alterando i rapporti di forza tra repubblicani e democratici. Le stesse identità dei ‘nuovi americani’ stanno mutando: sebbene la popolazione afroamericana stia continuando a crescere, dopo mezzo secolo di immigrazione prevalentemente latinoamericana, tra il 2009 e il 2014 il tasso di immigrazione dal Messico è diventato negativo (sono stati più i messicani che sono andati via dagli Stati Uniti che quelli che sono arrivati), portando l’Asia ad essere la prima regione di origine della maggioranza degli immigrati. Questa situazione così multiforme non è esente da contraddizioni interne: la volontà di costruire un muro al confine tra Messico e Texas da parte dell’amministrazione Trump, ma mal visto anche da tanti conservatori texani; l’aumento delle manifestazioni di odio e violenza, anche in città di confine molto tranquille come El Paso (confinante con una delle più pericolose al mondo, Ciudad Juarez); la creazione di accordi commerciali come il NAFTA (North American Free Trade Agreement), che permettono il libero scambio tra Stati Uniti, Canada e Messico, portando ad una situazione di concorrenza con il paese latinoamericano.

Il saggio presenta altri temi ricorrenti nel discorso sugli USA: le enormi differenze tra zone rurali e zone urbane; la Silicon Valley californiana; l’uso eccessivo delle armi; il sistema elettorale e la concezione di democrazia ricostruita a partire dai Padri Fondatori. Come afferma l’autore, «Non ci sono posti con un divario più ampio degli Stati Uniti tra quello che crediamo di sapere e quello che sappiamo veramente. L’influenza statunitense nei nostri consumi è così gigantesca e longeva –e tanto sono grandi la nostra cultura da bar e il nostro bisogno di mostrare quanto la sappiamo lunga– che pensiamo di conoscere bene l’America quando in realtà, nella gran parte dei casi, la nostra idea è un impasto di luoghi comuni e poche informazioni concrete» (pp. 8-9).

Grazie alla sua profonda conoscenza degli Stati Uniti, Costa riesce a sfatare molti miti che erroneamente vengono legati alla società americana, spiegando e dimostrando l’infondatezza di alcuni discorsi, proponendo un’analisi dei fatti più vicina alla realtà. Grazie allo stile chiaro e lineare, la lettura di questo saggio è godibile anche ai non esperti di società statunitense, permettendo a chiunque di venire a contatto con le dinamiche interne di un paese pervasivo come l’America. 

Martina Mattiazzi

(Notiziario n. 109, settembre 2022, pp. 12-13)