María Rosa Iglesias, “Aurelia quiere oír”, Buenos Aires, Paradiso, 2019.

María Rosa Iglesias, Aurelia quiere oír, Buenos Aires, Paradiso, 2019, pp. 349.

     Tra le molte ricadute positive dell’accordo bilaterale tra CNR e CONICET e dei contatti che ne sono scaturiti, sicuramente va annoverato questo bel regalo che, per vie tortuose e con qualche mese di ritardo, è riuscito a raggiungermi.Copertina Aurelia quiere oir
All’interno della letteratura dell’emigrazione di prima generazione, María Rosa Iglesias López offre un efficace spaccato della propria esperienza di vita. Partita negli anni Cinquanta da Santiago di Compostela alla volta di Buenos Aires per ricongiungersi con il resto della famiglia, patisce lo sradicamento e lo riversa in una produzione poetica e narrativa intensa, autentica, di grande efficacia.
Aurelia quiere oír è il primo romanzo e rispecchia tutte le doti della sua scrittura: asciutta, essenziale, precisa nella sua solo apparente semplicità. Il doloroso quanto prezioso vissuto si sprigiona da ogni singola piega di una narrazione densa, chiarificatrice, didascalica. Attraverso la voce di Aurelia Gamás Briones l’autrice ripercorre un’esperienza di vita importante e ne svolge i nodi, per «mostrar en carne viva los significativos conflictos» (p. 11) di cui sente la necessità di farsi portavoce.
Due i grandi limiti della sua vita: l’allontanamento dalla propria terra, che ingenera un inevitabile senso di diversità e di inadeguatezza culturale; e la ipoacusia, come postumo di un morbillo mal curato, che la condanna all’isolamento sociale.
L’emigrazione non è qui vissuta come semplice distacco dalla propria terra: per quanto la protagonista si adoperi per adeguarsi alla nuova realtà ed inserirsi nel nuovo tessuto sociale, soffre profondamente lo sradicamento forzato e la sua provenienza da un paese (necessariamente) umiliato e da una cultura (secondo lei) disprezzata. Desidera ardentemente poter essere “moderna” e agire come le sue coetanee argentine, ma al tempo stesso non vuole rinnegare le proprie tradizioni e le proprie origini: la debolezza del percepirsi straniera si riscatta con la conoscenza di un mondo agli altri completamente estraneo: «no sabía que a ellas les pasaba lo que a todo campesino, extranjero o no, que se muda a una gran ciudad: la gente lo tilda de bruto, tosco, ignorante, alejado de todo refinamiento» (p. 49). Gli emigranti non riconoscevano né se stessi né quanto li circondava, tantomeno la terra promessa agognata: sarebbero rimasti per sempre decentrati, privati degli affetti, insicuri, vulnerabili (p. 100).
D’altro canto la perdita dell’udito la condanna ad una emarginazione ancora piú incisiva e dolorosa, ad una sofferenza psichica enorme per la mancanza di quel senso indispensabile a costruire conoscenza e sicurezza. La condizione di sordità è ben tratteggiata dall’autrice nella sua «Prefacio conveniente»: «Nada en nuestro aspecto exterior avisa de la carencia. Ni siquiera despertamos el sentimiento […] de la compasión. Porque solemos aislarnos y rehuir situaciones sociales por timidez, o porque sencillamente nos aburrimos. Porque sin ayuda especial no podemos querernos a nosotros mismos. Porque impacientamos y fastidiamos. Porque nos sentimos infravalorados y desamparados. Porque vivimos preservándonos de caer en ridículo. Porque captamos fragmentariamente la información oral y […] parecemos tontos» (pp. 12-13). E, nonostante le difficoltà, i timori, gli ostacoli, Aurelia non si arrende: studia e cerca di rendersi indipendente da una realtà familiare che la protegge ma non le consente di mettersi veramente alla prova. Orgogliosa e poco incline a mostrare le proprie debolezze, percepisce come freddezza il rigore morale e l’asciutto affetto dei suoi parenti: «no advirtieron o no supieron aliviar mi angustia, mi inseguridad, mi necesidad de consuelo. […] Me dolía haberlos decepcionado a todos, me dolía ser un estorbo» (p. 42). Abbandona quindi la famiglia e la città cercando di lasciarsi alle spalle anche le paure, le impotenze, i fallimenti.
Ricorre nelle pagine del romanzo una simbologia adottata da altri autori che hanno affrontato il tema dell’emigrazione: la dolcezza del paesaggio del paese natio; l’oceano come un mostro in procinto di inghiottire la nave e i suoi passeggeri (p. 23); il mare come collegamento con la sua patria; l’inospitalità e la violenza del porto d’arrivo; la repulsione per il paesaggio urbano; la speranza di poter tornare (p. 85); il rituale della corrispondenza.
Interessante è il protocollo di adattamento alla nuova realtà imposto dagli stessi familiari ai neoarrivati: un comportamento irreprensibile, il rispetto, la riservatezza, l’abbandono della lingua nativa, la dignità (p. 26). Una serie di regole evidentemente condivise da molte comunità, soprattutto di origini rurali e con codici etici ferrei, indispensabili per sopravvivere in situazioni sociali ed economiche molto disagiate.
Si riconosce un vincolo particolare tra spagnoli ed italiani: la parsimonia nelle spese familiari; la laboriosità, spesso legata per le donne ad una macchina da cucire domestica che poteva accelerare la mobilità sociale; l’«ingratitudine» nel rifiutarsi di appoggiare la dittatura peronista, memori dei fanatismi nei rispettivi paesi. «Ellos, los amarretesymiserables […] Gallegos brutos y amarretes. Como los tanos, otros infelices» (p. 93), con i quali condividevano pietanze tipiche e rituali comunitari, come per esempio quello di preparare la salsa per l’inverno: «Alcira, Mercedes y Catalina, la calabresa de enfrente, eran buenas vecinas y se regalaban los platos típicos de su tierra. Al final de la temporada, cuando los tomates del norte llegaban maduros y baratos, los compraban por cajones. Y, siguiendo las indicaciones de la italiana –Mercedes jamás decía “tana” ni “negros” ni “cabecitas”–, preparaban entre las tres la conserva para sus tucos de todo el año» (p. 103).
La condizione dei bambini è letta con una speciale attenzione: la loro incosciente allegria, il loro senso di vergognosa inferiorità, il loro status passivo che li rende vittime di scelte fatte da adulti. Aurelia sostiene che l’espulsione dalla loro realtà «convierte al niño emigrante en exiliado. Él no elige, él no decide. Sólo acata. Y en ese acatar fermenta el resentimiento contra los padres. Rencor del que deberá preservarse ocultándolo, […] incluso ante sí mismo. Rencor del que se redimirá únicamente si la vida le ofrece la oportunidad de comprender la inocencia de quienes en realidad fueron víctimas» (p. 97).
È quanto accade felicemente a María Rosa/Aurelia, che conclude la sua narrazione con una lunga poesia dedicata alla madre, «Un posfacio: Canto a mi madre emigrante», preceduta da pochi versi che attestano l’avvenuta catarsi, attraverso l’efficacia della scrittura nella rievocazione delle esperienze traumatizzanti: «Ahora sabía quién era. / Sabía a dónde pertenecía. / Sabía que era libre. / Sabía qué buscaba. / Sabía que podía elegir» (p. 337).

Patrizia Spinato B.

(Notiziario n. 94, marzo 2020, pp. 11-13)

 

Valentina Favarò, Pratiche negoziali e reti di potere. Carmine Nicola Caracciolo tra Europa e America (1694-1725), Soveria Mannelli, Rubbettino, 2019.

Valentina Favarò, Pratiche negoziali e reti di potere. Carmine Nicola Caracciolo tra Europa e America (1694-1725), Soveria Mannelli, Rubbettino, 2019, pp. 202.

Negli ultimi vent’anni gli studi storici sulla Monarchia spagnola hanno interpretato la tormentata successione borbonica da una prospettiva assai differente rispetto al passato, rompendo con una tradizione secolare che vedeva nell’esito del conflitto tra Filippo V di Borbone e Carlo III d’Asburgo –il vistoso ridimensionamento dell’influenza madrilena sugli equilibri politico-militari europei– il punto di non ritorno di un lungo processo di decadenza: quello che secondo una sin troppo diffusa Leggenda nera avrebbe interessato la società, la cultura, l’economia e le istituzioni politiche e amministrative dell’impero degli Austrias, a partire dalla seconda metà del Cinquecento.Copertina Pratiche negoziali La letteratura storiografica più recente e aggiornata ha colto piuttosto nell’analisi multi-disciplinare di quei drammatici anni di guerra una potente lente di ingrandimento sulla resilienza della capillare rete di interessi, del consenso politico e sociale diffuso, delle tendenze culturali e dei gusti artistici condivisi implementati da Carlo I d’Asburgo e dai suoi successori nei territori europei ed americani soggetti alla loro sovranità (da Palermo a Milano, da Napoli a Bruxelles, da Barcellona a Lima).
In particolare, la separazione dei Regni di Napoli e di Sicilia e dello Stato di Milano da Madrid –conseguente alle grandi offensive austriache del 1706-1707– non coincise in alcun modo con la fine dell’influenza politica e culturale esercitata dalla Penisola iberica, dalla corte dei nuovi sovrani e dallo sterminato impero coloniale nel Nuovo Mondo su una miriade di soggetti politicamente e militarmente rilevanti provenienti dal Bel Paese: notabili di grande prestigio e seguito nelle rispettive patrie di origine, nobili che al servizio degli ultimi sovrani asburgici di Spagna avevano sviluppato importanti relazioni nell’Internazionale europea degli onori, e legami clientelari e ‘amicali’ nelle più importanti corti italiane (soprattutto nella Curia romana) e d’Oltralpe; diplomatici e militari disposti a mettere i propri portafogli relazionali al servizio della riconquista spagnola d’Italia, un obiettivo coltivato con assidua continuità dal primo dei Borboni di Spagna, pronto a subordinare ad esso la propria politica matrimoniale –attraverso le nozze contratte con Maria Luisa di Savoia, prima, ed Elisabetta Farnese, poi–, ad elevare ai più alti incarichi consiglieri provenienti dalla Penisola (uno fra tutti, Giulio Alberoni) ed a rafforzare l’autorità del partito ‘italiano’ a corte, a discapito tanto di quello ‘spagnolo’ quanto di quello ‘francese’.
Un contesto, questo, che appare ben più di una cornice nel presente volume di Valentina Favarò, dedicato alla parabola di un nobile –un soggetto politicamente e socialmente rilevante, appunto–, il principe napoletano Carmine Nicola Caracciolo di Santobuono, capace di dialogare con la contingenza storica, di padroneggiare i linguaggi politici ed i codici scritti e non scritti delle istituzioni (formali e informali, centrali e periferiche) che costituivano la spina dorsale del potere spagnolo nelle province europee e americane. Capacità che costituì la base –assieme ad un cospicuo portafoglio di beni mobili e immobili e ad un parimenti cospicuo patrimonio di legami clientelari coltivati nel Regno di Napoli– di una fortunata carriera al servizio del primo dei Borboni di Spagna.
Al vaglio della vasta documentazione consultata dall’autrice –che ricomprende fonti conservate in archivi italiani, spagnoli e peruviani– il principe filo-borbonico appare in primo luogo un ministro dotato di uno spiccato talento relazionale, tale da renderlo punto di raccordo e mediatore ideale tra centro e periferia. Nella veste di promotore del generoso donativo versato dal Regno di Napoli a Filippo per finanziare le guerre della dinastia (1701), in quella di ambasciatore presso la Serenissima –e dunque di collettore di informazioni di interesse militare e di difensore degli interessi borbonici a Venezia–, e infine in quella di viceré del Perù e protagonista di uno sfortunato quanto impopolare tentativo di riforma amministrativa accentratrice nelle Indie promosso dall’Alberoni, Caracciolo offrì alla Monarchia servizi qualificati al fine di ottenere il favore regio, incrociando le ragioni della lealtà al sovrano con l’interesse privato.
Speculare a quello della corona spagnola, si potrebbe aggiungere il destino del Caracciolo, capace di mantenere intatto il proprio potere e la propria influenza nel Meridione italiano anche quando privato dei propri possedimenti, dopo la conquista austriaca del Regno di Napoli, in quanto sostenitore della dinastia concorrente: il progetto dei Borboni di recuperare i territori italiani perduti non poteva che incrementare la forza contrattuale di un signore napoletano disposto a divenire esule e fuoriuscito, ed a mobilitare il proprio circuito parentale (inclusa la figlia e la moglie, dama di compagnia della regina Maria Luisa di Savoia), le proprie clientele nel Napoletano e le protezioni di cui godeva nelle corti di Roma e Parigi, pur di conseguire l’agognato titolo di Grande di Spagna.
Nel presente agile e articolato volume, la competizione politica, militare e culturale tra potenze per l’egemonia in Europa mostra il volto rarefatto e ambiguo di una guerra di relazioni, in cui la scelta ‘europea’ e ‘globale’ dei ministri delle più potenti monarchie si esprime nella capacità di adattamento ai più variegati contesti, nella possibilità di affrontare la complessità, di elaborare strategie relazionali, di comunicazione e di governo spendibili tanto nelle corti europee quanto nelle sterminate colonie americane.

Michele Rabà

(Notiziario n. 94, marzo 2020, pp. 10-11)

Jaime José Martínez, “Cinco ensayos de literatura virreinal”, Roma, Bulzoni, 2017.

Jaime José Martínez, Cinco ensayos de literatura virreinal, Roma, Bulzoni, 2017, pp. 174.

    Il professor Jaime José Martínez ha riunito in Cinco ensayos de literatura virreinal, edito da Bulzoni, cinque articoli che rendono onore alla letteratura ispano-americana del XVI e XVII secolo, offrendo un’analisi di alcune opere di autori molto importanti in quel periodo ma dei quali la critica si è spesso dimenticata.9788868970765
Il volume si apre con «La Amarilis indiana y su epístola a Lope de Vega» e si affronta lo studio dell’unico poema conosciuto dell’anonima poetessa peruviana, spiegando come il poema, un’epistola scritta in forma di canzone petrarchesca, rappresenti il tentativo della poesia barocca di rompere le barriere esistenti tra i vari generi letterari. In «La evolución del cánon épico en Mexicana de Lasso de la Vega» propone un’analisi del poema epico dedicato alla conquista del Messico, nell’ottica della lunga polemica letteraria che contrappose il Tasso all’Ariosto. Un altro è il caso di «La obra poética de un jesuita novohispano: Juan de Cigorondo», esempio di quella ricchezza e varietà della lirica ispano-americana dell’epoca che, pur non avendo ricevuto nel tempo l’attenzione dovuta, dimostra di avere una notevole rilevanza che permette di capire la realtà culturale della Nueva España.
hiudono il volume due saggi sul romanzo pastorale. Il primo, «El Siglo de Oro en las selvas de Erifile de Bernardo de Balbuena o la renovación del género de la novela pastoril», mostra come Balbuena, rompendo con la tradizione sviluppatasi a partire dalla Diana di Jorge de Montemayor, rinnova il genere bucolico e torna alle origini con i modelli di Sannazzaro e di Virgilio, difendendo, inoltre, il genere e il suo diritto ad usare un linguaggio elevato al pari di altri generi tradizionalmente più prestigiosi. Il secondo, «Permanencia y decadencia de la novela pastoril en la América colonial: Los Sirgueros de la Virgen de Francisco Bramón» viene presentato come esempio di contrafactum letterario: discussioni teologiche (su una tematica di grande attualità ai tempi, il mistero dell’Immacolata Concezione di Maria) sostituiscono i dibattiti amorosi di carattere neoplatonico.

Sara Angeletti

(Notiziario n. 94, marzo 2020, p. 9)

 

“Guía de arte Lima”, n. 311, 2020.

Guía de arte Lima, n. 311, marzo 2020, pp. 52, https://www.facebook.com/guiadeartedelima/.

    In questa particolare congiuntura di isolamento e reclusione, soprattutto per noi lombardi particolarmente colpiti dallo sciame epidemi87755727_2833125446733949_5188693176470208512_oco, è di speciale conforto sfogliare una rivista come quella che ci propone David Aguilar, ricca di immagini, di iniziative artistiche, di proposte culturali riferite soprattutto all’area peruviana. Prodotto editoriale dell’Associazione culturale ODIMEP, questa «piattaforma di informazione e di promozione culturale», distribuita sia in formato cartaceo che elettronico, si avvale anche di un «Consejo de inspiración supra dimensional» tra cui troviamo anche Giuseppe Bellini, che della Guida fu sempre un convinto lettore e sostenitore.
Il numero 311, come si evince dalla copertina, è dedicato soprattutto al mezzo secolo di attività del pittore José Coronado, entusiasta interprete della metropoli peruviana, di cui viene pubblicata un’interessante intervista. Oltre a Coronado, viene intervistato da Aguilar anche Pablo Patrucco, pure interessato alla rappresentazione della capitale e in procinto di esibire le sue opere piú recenti presso la Sala Luis Miro Quesada Garland.
Tra le celebrazioni di particolare rilievo, si segnalano anche i cento anni di Víctor Humareda, le cui opere vengono esposte presso la galleria Moll. Si dà quindi spazio ai lavori dei neolaureati della Facultad de Arte y Diseño della PUCP, in mostra presso il Centro culturale della Facoltà e mirati allo sviluppo culturale e sociale del Paese attraverso una serie di attività collegate all’evento. La Galleria Impakto presenta invece un’esposizione collettiva contemporanea dal titolo Sobredosis, a cura di Jack Cohen, con opere di artisti internazionali.
Il giovane pittore Rodrigo Tafur, vincitore dell’ottava edizione del Premio MAPFRE per le arti, presenta una sua personale alla Galleria Forum dal titolo evocativo Susurros a la distancia. Invece, il neonato Centro Cultural de la Beneficiencia Pública di Lima, inaugura una retrospettiva di José Tola, Non omnis moriar. La Galleria Índigo, a San Isidro, presenta nove pittrici internazionali: Remedios dalla Colombia; Salima Black, Mar Carassai, Lali García e Daniela Nair dal Perú; Yulia Katkova dall’Uzbekistan; Josefina Muslera dall’Argentina; Nikole Roquebert da Panamá.
Nell’Agenda GAL, tra le raccomandazioni di balletti, concerti, rappresentazioni, mostre, musei, letture, laboratori, proiezioni cinematografiche, si segnalano in modo particolare l’opera teatrale El cuidador di Harold Pinter, presso il Teatro Britannico di Miraflores, e la programmazione dell’Università Nazionale di Musica, con concerti ad ingresso libero. Parole, suoni, colori per stimolare i sensi e farci volare in alto.

Patrizia Spinato B.

(Notiziario n. 94, marzo 2020, pp. 8-9)

 

 

“Cemhal. Revista Historia de las Mujeres”, n. 193.

Cemhal. Revista Historia de las Mujeres, n. 193, 2020, http://www.cemhal.org/.

     Il corrente numero della rivista Historia de las Mujeres edito dal Cemhal prosegue, secondo un’ampia prospettiva multidisciplinare, nello sforzo di ricostruire il passato ‘al femminile’, che consenta una nuova lettura dei processi sociali ed economici che l’America latina ha vissuto tra il XVIII e il XIX secolo. I contributi presentati sono volti ad indagare il ruolo delle donne, la loro condizione, i loro pensieri e le loro azioni per comprendere la storia da una differente prospettiva.Immagine cuadernos
In apertura, il saggio di Ariadna Baulenas i Pubill, dal titolo «Señora de todas las tierras: Mama Ocllo y el papel de la Coya en el Tahuantinsuyu», esamina la carismatica figura di Mama Ocllo e la grande influenza da lei esercitata negli affari di stato durante il governo del suo sposo, Tupac Yupanqui. L’autrice spiega che «la elección de este personaje no es aleatoria, sino que se justifica por la excepcionalidad con la que aparece citada en las crónicas» e evidenzia tra l’altro come Mama Ocllo sia riuscita ad intervenire in ambiti tradizionalmente considerati della sola responsabilità dell’«Inca Sapa». Interessante il riferimento alla circostanza che Mama Ocllo non fosse la sorella carnale di Tupac Yupanqui, come riportato dalla maggior parte dei cronisti, e che il loro matrimonio fosse volto unicamente all’espansione del governo Inca.
Di Nelly André è il contributo dal titolo «“Las mujeres, esas libertadoras olvidadas…” o La participación de las mujeres en las luchas por la independencia de América Latina…», che esamina il ruolo attivo che le donne latinoamericane hanno svolto nelle lotte per l’emancipazione dei loro paesi. Gli esempi, numerosi in tutto il continente, sono spesso assenti nei resoconti storici e qui si dà voce ad alcune eroine della storia, come a Manuela Sáenz, patriota ecuadoriana, di carattere ribelle e dotata di un forte carattere: una donna di grande e coraggio ricordata come una delle guide della rivoluzione e protagonista nella storia dell’Ecuador. Vale citare anche María Parado de Bellido, eroina analfabeta e indigena della regione di Ayacucho in Perú, alla quale è stato dedicato un dipinto di Consuelo Cisneros, Esecuzione di María Parado de Bellido (1929), che ritrae la sua morte. La vita di María Parado de Bellido e il suo sacrificio continuano a essere trasmessi di generazione in generazione grazie alla tradizione orale e alla commemorazione del 1975 in cui è stato realizzato un francobollo a lei dedicato per le sue eroiche azioni.
In «Apuntes sobre el lugar de la mujer en el ritual político limeño: De actrices durante el virreinato a actoras de la independencia», Pablo Ortemberg offre uno studio preliminare sui cambiamenti relativi alla partecipazione politica delle donne limegne dalla fine del periodo coloniale ai primi anni dell’indipendenza. L’autore esamina la cosiddetta ‘democratizzazione della storia’ legata alla reintegrazione di coloro che ‘non hanno voce’, come la classe operaia, le minoranze etniche e sessuali, e con essi si ricordano anche i congressi sulla storia delle donne e le pubblicazioni che ne risultano. Un saggio che, come sottolinea l’autore, necessita di ulteriori ricerche di studio e approfondimenti.
Solange Martins Oliveira Magalhães e Sonia Araujo presentano il volume Las mujeres en los procesos de Independencia de América Latina, di Sara Beatriz, direttrice del Centro de Estudios la Mujer en la História de América Latina. Il volume raccoglie gli articoli presentati al primo Congresso Internazionale «Las mujeres en los procesos de independencia de América Latina», tenutosi nel 2013 a Lima. Un lavoro di ricerca durato circa sette anni che ha l’obiettivo di contribuire alla ricostruzione della presenza femminile attiva durante la lotta per l’indipendenza di diversi paesi dell’America Latina; un’indagine che cerca di superare le lacune presenti nella storiografia latinoamericana riguardo alla partecipazione delle donne al processo di autonomia.

Emilia del Giudice

(Notiziario n. 94, marzo 2020, pp. 7-8)

 

 

“Inflexiones”, n. 5, enero-junio 2020.

Inflexiones, n. 5, enero-junio 2020, pp. 76, http://inflexiones.unam.mx/ojs/index.php/inflexiones/issue/view/12/showToc.

   Diretta da María Ana Masera Cerutti e pubblicata dall’Università Autonoma del Messico, Inflexiones. Revista de ciencias sociales y humanidades presenta per il primo semestre dell’anno in corso una rassegna di studi e testi di grande interesse culturale.Inflexiones
Nella prima sezione, Fugas, Enrique Flores trae ispirazione dalla Brevísima relación di Las Casas per una serie di considerazioni sullo stile, i temi, le ossessioni, le fonti della conquista. Elizabeth Corral si occupa di Rodrigo Rey Rosa e dello spazio del linguaggio e della scrittura in Cárcel de árboles. Infine, Daniel Calles Rittner propone uno studio introduttivo all’opera del filosofo tedesco Peter Sloterdijk nell’ambito della critica della cultura.
Il dossier di Horizontes, coordinato da Fabián Herrera León, ha per titolo Lenguajes desde los márgenes e presenta gli interventi di Alberto Farías Ochoa («Comunicación, educación y práctica de la ciudadanía en jóvenes mexicanos») e di Manuel Martín Oramas Díaz («“Chivo que rompe tambó con su pellejo paga”: el tratamiento del personaje negro en la narrativa cubana contemporánea con especial atención a un relato de Alexis Díaz Pimienta»).
Simultáneas è dedicata a José Gaos, con i contributi critici di Antonio Zirión Quijano, di Sergio Sevilla e di Manuel E. Vázquez. La quarta sezione, Anamorfosis, chiude con la serie di opere intitolate La muerte de la comadreja, dell’artista pop Gusano Local, un diagramma temporale che si basa sulla storia di Caino e Abele per descrivere l’odio fraterno.

Patrizia Spinato B.

(Notiziario n. 94, marzo 2020, p. 7)

 

QUESTIONARIO: LETTERATURA E ARTE: RISORSE CONTRO L’ISOLAMENTO E L’ESCLUSIONE AL TEMPO DEL COVID-19

LETTERATURA E ARTE: RISORSE CONTRO L’ISOLAMENTO E L’ESCLUSIONE AL TEMPO DEL COVID-19

ITALIANO: https://forms.gle/c9e2MNv8BsvtTYBD8
SPAGNOLO: https://forms.gle/wDVX26ktjWc2Bsr88
PORTOGHESE: https://forms.gle/NCS9c3eGJDyiw6tz9

La Sede di Milano dell’Istituto di Storia dell’Europa Mediterranea del Consiglio Nazionale delle Ricerche ha avviato un’analisi socio-culturale sulle abitudini e sui comportamenti dei singoli durante le restrizioni determinate dalla pandemia di Covid-19, nell’ambito dei paesi di lingua italiana, spagnola e portoghese, con i seguenti obiettivi:Screenshot_20200508_110055_com.android.chrome
1-  evidenziare l’autopercezione riguardo a comportamenti piú o meno solidali all’interno di una famiglia umana messa a prova da un’emergenza sanitaria estrema;
2-  determinare l’incidenza delle attività artistiche, praticate o fruite, nell’alleviare eventuali sensazioni di frustrazione, di emarginazione, di ansia dovuti all’isolamento e alla limitazione delle libertà personali.
Il questionario, che richiede circa 5 minuti per la sua compilazione essenziale, è composto da tre sezioni e viene diffuso attraverso tutti i canali del centro di ricerca disponibili: posta elettronica, pagina web (http://www.isem.cnr.it/index.php?page=home&lang=it), blog (https://dalmediterraneoaglioceani.wordpress.com/), profilo Facebook (https://www.facebook.com/isemcnr.milano), Whatsapp. Per disporre di un campione maggiormente rappresentativo, ci si avvale di un gruppo di corrispondenti internazionali che si occupa di diffonderlo nella Penisola Iberica e in America Latina e si invita a divulgare l’indagine alla propria rete di conoscenze.
Si garantisce che le informazioni saranno raccolte in forma anonima e utilizzate esclusivamente ai fini di ricerca nel rispetto del Regolamento UE 2016/679 (GDPR).
Per avere ulteriori informazioni sul progetto è possibile contattare il gruppo di ricerca all’indirizzo di posta elettronica: questionario.isemcnrmi@gmail.com
Grazie a tutti per la preziosa collaborazione e per la diffusione ai vostri contatti!

Responsabile dello studio
Patrizia Spinato
C.N.R. I.S.E.M. Sede di Milano

Gruppo di ricerca C.N.R.I.S.E.M. Sede di Milano
Alessandra Cioppi, Emilia del Giudice, Michele Rabà

Collaboratori esterni
Yenifer Castro Viguera (Biblioteca Nacional de Cuba), Paulo Irineu Fernandes (Instituto Federal de Educação, Ciência e Tecnologia do Triângulo Mineiro)

Realizzazione del questionario
Emilia del Giudice