Incontro con l’autore: Paolo Azzone, “Le kharjas. Frammenti di letteratura erotica medioevale in lingua mozarabi” – 14 aprile, ore 17.00

Paolo Azzone, Le kharjas. Frammenti di letteratura erotica medioevale in lingua mozarabi

Paolo Azzone, psichiatra, presenta una propria traduzione e una propria lettura delle jarchas mozarabiche, mettendo a frutto i suoi studi sulle interazioni tra teoria psicoanalitica e letteratura. I brevi frammenti poetici proposti racchiudono una prospettiva sull’amore assolutamente unica, in grado di illuminare, dopo quasi un millennio, la nostra attuale concettualizzazione dell’umano, in profonda crisi.

L’evento, organizzato in collaborazione con l’Instituto Cervantes di Milano, sarà trasmesso in diretta sul canale Youtube Cnr Isem Milano, e sarà aperto al pubblico.

Per informazioni: csae@unimi.it

Sponsored Post Learn from the experts: Create a successful blog with our brand new courseThe WordPress.com Blog

WordPress.com is excited to announce our newest offering: a course just for beginning bloggers where you’ll learn everything you need to know about blogging from the most trusted experts in the industry. We have helped millions of blogs get up and running, we know what works, and we want you to to know everything we know. This course provides all the fundamental skills and inspiration you need to get your blog started, an interactive community forum, and content updated annually.

Incontro con l’autore, 7 aprile, ore 17,00: Renata Adriana Bruschi, “Antonio Dal Masetto. Pagine tra Verbano e Argentina”

Renata Bruschi presenta una raccolta di contributi intesi a ricostruire la traiettoria umana e professionale di Antonio Dal Masetto, nato a Verbania Intra il 14 febbraio 1938 e scomparso a Buenos Aires, dove era emigrato con la madre e la sorella, il 2 novembre 2015. Dal Masetto seppe amalgamare mondi culturali diversi, interpretati da una rara sensibilità di migrante, pur mantenendo un ricordo indelebile della terra natale.

Coordina Patrizia Spinato (CNR ISEM Milano), introduce Amadio Taddei (LetterAltura), intervengono Michele Airoldi, Danilo Minocci (MSV) e Antonella Ciabatti (Centro Studi Jorge Eielson).

L’evento sarà trasmesso in diretta sul canale YouTube Cnr Isem Milano, e sarà aperto al pubblico, preferibilmente previa iscrizione al canale. Per informazioni: csae@unimi.it

1971: FULGORE E MORTE DI PABLO NERUDA

1971: FULGORE E MORTE DI PABLO NERUDA

Patrizia Spinato B.

Patrizia Spinato B.

(C.N.R. – I.S.E.M. – Università degli Studi di Milano)

Il 1971 fu un anno cruciale per Pablo Neruda, non solo per il conferimento del Premio Nobel, le cui celebrazioni sono rigorosamente e meritatamente iniziate da qualche settimana.

Sfogliando il carteggio tra Pablo Neruda e Giuseppe Bellini, di cui sono depositaria e che presto vedrà la luce, emerge chiaramente la centralità di un anno in cui, per parafrasare il titolo di Murieta, vengono a coincidere splendore e decadenza del vate cileno. Un anno intenso, in cui Neruda viene pubblicamente consacrato; ma, nel contempo, in cui cominciano a palesarsi le avvisaglie della malattia che finirà per consumarlo.

Le lettere di Neruda a Bellini sono in generale asciutte, essenziali, concrete: si concentrano su questioni pratiche, soprattutto di pertinenza editoriale –pubblicazioni, traduzioni, presentazioni, diritti– mentre sembrano rimandare alle conversazioni telefoniche, agli incontri in presenza, considerazioni evidentemente percepite come poco adatte alle modalità e ai tempi della comunicazione epistolare. Di tanto in tanto, però, il poeta cileno sembra ricavarsi uno spazio intimo per lasciar trapelare il profondo legame di stima e di affetto che lo legava allo studioso milanese.

Di quest’ultimo tipo è la lettera che chiude la corrispondenza del 1970, spedita da Isla Negra il 18 dicembre e verosimilmente ricevuta da Bellini agli inizi dell’anno successivo. Qui Neruda si rattrista per la morte del dottor Orlando Cibelli, direttore della Casa Editrice Nuova Accademia e personaggio chiave per la diffusione dell’opera nerudiana in Italia, tanto da affermare: «Sin él, y sin usted naturalmente, mi poesía nunca hubiera sido conocida en Italia». Nell’auspicare la riedizione del Canto general, al cui lancio desidera essere presente, il poeta annuncia la probabilità di essere nominato Ambasciatore del Cile in Francia dal governo di Salvador Allende, insediatosi il 3 novembre dello stesso anno: «Empezé [sic] rechazando esta idea que me parecía absurda, pero he terminado por aceptar. La designación no ha llegado aún al Senado para su aprobación, pero parece que sí que va a pasar este trámite. Tendré que dejar mi casa y mis libros, lo que me es imaginablemente difícil de soportar». E fanno subito capolino gli aspetti positivi: da Parigi, dove era previsto il suo arrivo per il mese di marzo, gli sarebbe stato piú agevole spostarsi a Roma per seguire con il Professore milanese la presentazione del nuovo libro; e, al tempo stesso, sarebbe stato piú facile ospitare la famiglia che sempre aveva affettuosamente accolto Pablo e Matilde tra le proprie mura: «Por supuesto que en París tendrán los Bellini su casa».

In effetti la prima lettera del 1971 di Neruda allo studioso italiano è datata 19 aprile ed è scritta su carta intestata dell’Ambasciata del Cile a Parigi: qui il poeta si rallegra per la vicinanza geografica e si mette a disposizione per il lancio del Canto General. Mentre la maggior parte delle missive è scritta a macchina, quella del 15 giugno, pur utilizzando la carta ufficiale, è redatta di proprio pugno da Neruda: poche righe, come la precedente, per accordarsi sulle date della presentazione. Ma l’incarico dell’Ambasciata lo coinvolge oltremodo e l’apparente vicinanza non garantisce la possibilità di incontrarsi: cosí, nella lettera del 24 giugno, fissa un nuovo incontro a Milano dal 1° al 7 ottobre, mentre negli addenda del 30 giugno precisa questioni finanziarie e contrattuali.

Sempre datata 30 giugno è curiosamente un’altra lettera, parallela all’ultima citata, dal tono affettuoso e confidenziale. Neruda confida a Bellini di essere da mesi molto malato e di non poter lasciare la clinica dove si trova ricoverato; è dispiaciuto per non potergli parlare al telefono e per aver dovuto cancellare tutti i programmi, nonché di sospendere i libri a cui stava lavorando. Non perde la speranza di rivederlo, ma dispera di poter essere nuovamente attivo prima di novembre, «suponiendo que yo me haya curado de mis males».

Ma la tempra di Neruda è forte, tanto che il 21 ottobre si presenta a Stoccolma per ricevere il tanto annunciato Premio Nobel. La portata dell’evento, sulla scia di una delicata convalescenza, lascia supporre regolari conversazioni telefoniche, dal momento che la lettera successiva, nonché l’ultima dell’anno, parte il 28 dicembre dall’Ambasciata del Cile a Parigi. Il tono è decisamente mutato, solare ma lucido, come se gli ultimi accadimenti lo abbiano obbligato ad accettare piú serenamente i cambi di programma e a selezionare meglio gli impegni pubblici, per concentrarsi sulle relazioni piú significative. Dichiaratamente deluso da Einaudi, il poeta confida senza riserve in Bellini (come piú tardi emergerà anche dalle sue lettere a Carmen Balcells): «apruebo muy bien de mantenernos con la Accademia, siempre que me socorra a toda hora su valiosa colaboración y amistad». Cancellato momentaneamente il viaggio in Cile, Neruda proietta tutto il suo entusiasmo sull’imminente viaggio a Milano: «quedo en libertad completa de acudir cuando usted y la editorial lo dispongan. Me creerá usted que vivo rechazando invitaciones y que, por el contrario, Matilde y yo pensamos con agrado en pasar unos días juntos en Milán, eliminando todo lo necesario del programa que usted mismo hará, seguramente, con su acostumbrada responsabilidad y amabilidad».

Il resto è storia: la pubblicazione del discorso di Stoccolma per i tipi dell’amico Tallone, i festeggiamenti del Nobel a Milano, le conferenze celebrative nei principali atenei in cui Bellini insegnava. Neruda approfitta della tregua che la malattia gli concede per realizzare con tutta la sua carica vitale quello che con tutta probabilità, nelle ore piú buie, gli sembrava destinato a sfumare. E di questa altalena di sentimenti e di emozioni le pagine dirette all’«amico borghese» lasciano indelebile e preziosa traccia.

(Notiziario n. 99, gennaio 2021, pp. 17-19)

Homero Aridjis, “El nuevo Apocalipsis” (Antología), José Carlos Rovira, Aníbal Salazar Anglada, Víctor M. Sanchis Amat (eds.), Madrid, Editorial Verbum, 2020

Homero Aridjis, El nuevo Apocalipsis (Antología), José Carlos Rovira, Aníbal Salazar Anglada, Víctor M. Sanchis Amat (eds.), Madrid, Editorial Verbum, 2020, 548 pp.

Eccellente e quanto mai attuale questa iniziativa dei colleghi spagnoli di riunire in un’antologia i testi che, all’interno dell’opera di Homero Aridjis (Contepec, 1940), possono essere ascritti ad una poetica apocalittica che effettivamente soggiace alla produzione saggistica e artistica dello scrittore messicano e nel contempo costituiscono un efficace percorso di lettura per il pubblico spagnolo.

Già Giuseppe Bellini, alla cui memoria è affettuosamente dedicato il presente volume e come viene ricordato nelle pagine introduttive (pp. 14-16), aveva individuato e isolato questo filo conduttore tematico all’interno dell’opera poetica, narrativa e drammaturgica dell’amico Aridjis in una monografia critica del 2013 (I tempi dell’Apocalisse. L’opera di Homero Aridjis, Roma, Bulzoni Editore, 129 pp.). Ed effettivamente una ricognizione dei testi in cui è rilevabile la vocazione apocalittica sembra pertinente e doverosa per la sua definitiva canonizzazione.

Nell’introduzione, intitolata «Recuperar el pasado hacia un futuro imposible: visiones apocalípticas en la obra de Homero Aridjis», i tre curatori richiamano la genesi del progetto, quando durante un incontro presso l’Ateneo alicantino nel 2019, proposero allo scrittore una raccolta tematica sul ricordo e sul presentimento dell’Apocalisse nella sua opera, «una posibilidad para demostrar la profunda coherencia de quien ha transitado los caminos de autodestrucción del mundo, operada por mano de sus habitantes y de los poderes que los dirigen en la generación del desastre» (p. 11). L’Apocalisse di Aridjis, seppur la richiami, non coincide con quella evangelica, giacché il protagonista ed artefice del dramma della fine della storia sarà l’uomo stesso, ripercorrendo all’indietro il processo di creazione divino. Risulta pertanto dirimente riflettere su come il passato permette di costruire mondi che spieghino anche quello che sta accadendo nel presente, il Quinto Sole.

La prima sezione, «Ensayo», è composta da due lunghi saggi del 1997, «Apocalipsis con figuras» e «El milenio del sol». «Poesía» comprende trentatrè poesie di varia estensione, mentre «Novela» include cinque brani tratti da altrettanti romanzi, pubblicati tra il 1982 e il 2012. Due sono invece le opere teatrali prese ad esempio, Espectáculo del año 2000 e Gran teatro del fin del mundo, quando le battaglie ecologiste sono rappresentate da quattordici brani di differente ispirazione tematica, dall’inquinamento alla sovrappopolazione.

Il broche de oro è sicuramente costituito da «El nuevo Apocalipsis», testo inedito di Homero Aridjis del 20 aprile 2020, inserito come epilogo al libro. Qui, dopo averci rivelato che la sua iconografia apocalittica prediletta risale ad Albrecht Dürer, Aridjis riassume la propria visione drammatica del futuro, sicuramente acutizzata dalla pandemia in corso: «el nuevo Apocalipsis ha comenzado ya, y […] solo es cuestión de tiempo ver la forma que toma. Pero de una cosa sí estamos seguros: si bien el final será terrestre, tendrá impactos imprevisibles en el cosmos. El apocalipsis será ecológico […], con consecuencias imprevisibles en la psique humana» (p. 538).

Ragionevole la scelta bibliografica, che riporta solamente i testi utilizzati e citati ai fini della realizzazione dell’antologia, pertanto agile e perfettamente calibrata per il pubblico a cui è destinata.

Patrizia Spinato B.

(Notiziario n. 99, gennaio 2021, pp. 15-16)

“Dal Mediterraneo agli Oceani. Vent’anni di relazioni culturali tra il Mediterraneo e l’Atlantico nei primi cento numeri del Notiziario di Milano”

Lunedì 29 marzo, dalle ore 17.00, si terrà da remoto la Tavola rotonda intitolata «Dal Mediterraneo agli Oceani. Vent’anni di relazioni culturali tra il Mediterraneo e l’Atlantico nei primi cento numeri del Notiziario di Milano». Attraverso gli interventi e i ricordi di redattori e collaboratori, verranno passati in rassegna i variegati ambiti disciplinari ed interessi tematici del Bollettino della Sede milanese dell’ISEM (già CSAE), fondato da Giuseppe Bellini, Clara Camplani e Patrizia Spinato – attuale Direttrice e Responsabile scientifica della pubblicazione –, nonché le tappe salienti della parabola accademica e culturale del periodico divenuto un punto di riferimento nel panorama italiano ed internazionale degli studi di iberistica. L’evento sarà trasmesso da remoto attraverso il canale Youtube CNR ISEM Milano, e sarà aperto al pubblico, preferibilmente previa iscrizione al canale.

Pagine di letteratura: incontro con María Rosa Iglesias López

Nell’ambito del ciclo Pagine di letteratura, nella sezione «Incontro con l’autore», il 24 marzo alle ore 17.00 Patrizia Spinato presenterà in diretta sul canale YouTube CNR ISEM Milano il romanzo Aurelia quiere oír (Buenos Aires, Paradiso, 2019), della scrittrice María Rosa Iglesias López.

Originaria della Galizia e attualmente residente a Buenos Aires, l’autrice patisce lo sradicamento in tenera età e lo riversa in una produzione poetica e narrativa intensa, autentica, matura. Efficace rappresentante della letteratura dell’emigrazione di prima generazione, María Rosa Iglesias offre uno struggente spaccato della propria esperienza di vita attraverso le pagine del romanzo che avremo il piacere di presentare e di commentare con la scrittrice stessa.

L’emigrazione non è qui vissuta come semplice distacco dalla propria terra: per quanto la protagonista si adoperi per adeguarsi alla nuova realtà ed inserirsi nel nuovo tessuto sociale, soffre profondamente l’abbandono del paese natio e le discriminazioni per la sua provenienza da una regione umiliata e da una cultura diversa.

Clara Obligado,”Una casa lejos de casa”, Valencia, Ediciones Contrabando, 2020

Clara Obligado,Una casa lejos de casa, Valencia, Ediciones Contrabando, 2020, 120 pp.

Nacida en Buenos Aires, y afincada desde hace muchos años en Madrid –desde que la dictadura argentina la forzara a ello– Clara Obligado suma un nuevo título a una lista considerable de libros que se diversifican en novelas, cuentos o antologías que siempre giran en torno al género narrativo.

En esta ocasión nos ofrece, en Una casa lejos de casa, publicado por Ediciones Contrabando, un volumen bastante singular por la multiplicidad de elementos narrativos que lo componen, una mixtura que aúna autobiografismo, trazas ensayísticas y planteamientos que no dejan, o no deberían dejar, indiferente a los lectores.

La historia, en realidad múltiples historias, es/son realmente conmovedoras. Páginas repletas de ternura –al menos a mí me han enternecido “bastante”– por la manera cómo recupera su historia familiar, la forma cómo plantea el exilio, cómo va hilvanando sus vivencias con la de otros escritores que han abordado el tema. Cómo desde la sinceridad y a corazón abierto habla de nuestro mismo idioma y cómo esta cuestión resulta tan trascendente, tan determinante: esos «desencuentros del idioma», ese «mestizaje íntimo», «esta pequeña Babel del idioma compartido».

La “maldición” del exilio, la de sentirse afuera estando adentro… mucho en qué pensar, mucho en qué reflexionar. Y visualizo a Clara en esa habitación en cuya “mesilla” permanece el libro abierto y me uno a su voz para decir al unísono que «el dolor multiplica la vida, que la literatura sortea el horror».

Carmen Alemany Bay

(Notiziario n. 99, gennaio 2021, p. 15)

21 marzo, giornata mondiale della poesia: Yenifer Castro Viguera legge i suoi versi

In occasione della giornata internazionale della poesia, Yenifer Castro Viguera, poetessa cubana, legge le poesie composte durante il soggiorno presso la sede milanese dell’ Isem.

La maratona poetica di domenica 21 marzo potrà essere seguita sia sul profilo Fb che sul Canale YouTube Cnr Isem Milano e prevede la recita di sei poesie nel corso della giornata.

Florencia Martínez, “Tundra”, a cura di Cristina Gilda Artese e Andrea Lacarpia, Milano, Gilda Contemporary Art, 2020

Florencia Martínez, Tundra, a cura di Cristina Gilda Artese e Andrea Lacarpia, Milano, Gilda Contemporary Art, 2020, [s.p.].

Un’ennesima sfida vincente quella lanciata dall’artista argentina Florencia Martínez ed accolta con coraggio e lungimiranza dalla gallerista milanese Cristina Gilda Artese che, con le sue ininterrotte iniziative artistiche, ha dato speranza ai sogni di noi tutti. Cosí, nell’altalena di aperture e di chiusure ministeriali, Gilda Contemporary Art ha mantenuto fermo il programma di mostre e, con lievi e doverosi aggiustamenti alle date di vernissage e finissage, nonché adottando ferrei protocolli di sicurezza, ci ha permesso di tornare a riempirci i sensi con una serie di mostre magnifiche.

Il nostro occhio di riguardo per il mondo culturale iberico ed iberoamericano ci ha portati naturalmente a privilegiare il lancio di Tundra, progetto della geniale Florencia Martínez, che è rimasto esposto in via San Maurilio dal 15 dicembre 2020 al 4 febbraio 2021. L’installazione è, come sempre, entusiasmante, sia dal punto di vista emotivo che per il coinvolgimento diretto degli spettatori, questa volta chiamati a dare un titolo alle opere esposte: «Scegliere una forma è ascoltare un nome, permettersi la voluttuosità di creare, credere nella intima visione e dimostrarla», dice la stessa Martínez.

La visita è stata una rotonda conferma di quanto le anteprime ci avevano lasciato presagire, ed esattamente quello di cui ognuno di noi aveva bisogno dopo il prolungato grigiore, interiore ed esteriore: luci, colori, forme, volumi, trame, in un crescendo che, partendo da eteree creature oniriche bidimensionali, è esploso nella sinuosa tridimensionalità di figure antropomorfe cementate in abbracci di rara drammaticità.

Il percorso restituisce figurativamente lo strazio intimo di dieci mesi di paura, di angoscia, di reclusione, di isolamento. Avvera il desiderio di fuga, di libertà, di allegria, di felicità. Materializza la necessità di toccarsi, di avvinghiarsi, di fondersi in abbracci reali, immanenti, terreni come i piedistalli che ci tengono ancorati ma che non impediscono di elevarci verso qualcosa di piú nobile, trascendente, quasi divino.

Non si smetterebbe mai di contemplare e di studiare le forme e i cromatismi della serie in legno e tessuto; ma l’effetto di maggior magnetismo è sicuramente quello sprigionato dagli insaziabili abbracci che, soli, giustificano la mostra in tutte le loro declinazioni morfologiche ed emotive. Quasi impossibile non commuoversi davanti a figure di tale intensità, tanto ricche di significanti e di significati, cosí cariche di desideri repressi e agognati, tuttora e ancora a lungo non realizzabili.

Andrea Lacarpia, nel suo intervento dal titolo «Tundra», sottolinea l’intima fusione di razionalità ed immaginazione che sottende i rapporti sociali, che nella rilettura dell’artista italo-argentina si declina nella possibilità del linguaggio di recuperare l’unione tra le persone, in una visione positiva e salvifica della dimensione creativa. E conclude: «Il senso di comunità si pone come essenziale paradigma per la salvezza degli individui, in un incontro con l’altro che rende maggiormente consapevoli della nostra identità».

Anche Florencia Martínez riflette sulla propria opera in «Tundra/azione» e sull’importanza del coinvolgimento del pubblico. La creazione è fatica, coraggio, scavo nelle proprie convinzioni, confronto con il nulla che viene davanti al creato, «potenzialità che ogni essere porta con sé e che va perdendo strada facendo». Il battesimo delle ventitrè icone esposte riveste quindi un grande significato, l’autenticazione dell’opera d’arte, che solo da questo momento acquista concreta dignità. Gli spettatori diventano co-autori avvicinandosi al processo di produzione dell’artista, all’allestimento dello staff, e riappropriandosi di un’inedita capacità visionaria.

«In principio era la poesia» il motore primo delle emozioni e delle riflessioni per Florencia Martínez, ci ammonisce Cristina Gilda Artese. «Se volessimo dire che i suoi lavori sono narrativi, sarebbe una verità parziale: certo raccontano delle storie, ma sono storie che hanno il sapore di parabole, che portano con sé dei messaggi etici, degli insegnamenti», assemblando esistenze, ricercando indizi che restituiscano il senso della sintesi espressiva ed emotiva contemporanea.

Chiude il prezioso catalogo uno stralcio delle ultime esposizioni, sia personali che collettive, di Florencia Martínez, dal 2015 al 2019.

P. Spinato B.

(Notiziario n. 99, gennaio 2021, pp. 12-13)

“Secularización en España (1700-1845). Albores de un proceso político” editado por Françoise Crémoux y Danièle Bussy Genevois, Madrid, Casa de Velázquez, 2020

Secularización en España (1700-1845). Albores de un proceso político, editado por Françoise Crémoux y Danièle Bussy Genevois, Madrid, Casa de Velázquez, 2020, VIII + 296 pp., https://books.openedition.org/cvz/18179.

Il presente volume raccoglie le sollecitazioni del dibattito contemporaneo sulle premesse, sulle modalità e sulle conseguenze della secolarizzazione della società e della politica europea, tra la fine dell’Età moderna e gli esordi di quella detta contemporanea, con particolare riferimento al caso spagnolo. I contributi raccolti –articolati in tre macro-temi, ossia Las influencias secularizadoras de las Luces en las Letras y las Artes (prima parte), Prácticas y discursos secularizadores en la Iglesia (seconda parte) e Liberalismo y modernidad: hacia una secularización de lo político (terza parte)– compongono un dialogo multidisciplinare orientato a restituire un modello di secolarizzazione quale progressivo e non lineare affiancamento di istanze alternative al pensiero religioso dominate, nella pratica quotidiana dei rapporti umani e sociali, nelle dinamiche politiche locali e statuali, nell’espressione del pensiero e nella creazione artistica.

Nel caso della Spagna al tramonto della Prima età moderna, una successione di conflitti dolorosi (quali l’occupazione napoleonica, le insurrezioni liberali e le guerre carliste) non poté che radicalizzare i moventi ideologici, associandoli alle conflittualità partitiche ed approfondendo il solco tra una Spagna tollerante, irenista e cosmopolita, ed un’altra decisamente orientata a condividere in toto gli ideali della Controriforma cattolica: un solco peraltro già visibile sin dai tempi dei Re cattolici e sin dagli albori della dominazione asburgica, se si pensa alla tormentata parabola intellettuale di Fray Hernando de Talavera, di Miguel de Cervantes o dell’erasmismo iberico. Felice dunque l’idea di fondo del volume curato da Françoise Crémoux e Danièle Bussy Genevois, che supera la tentazione, così frequente nella storiografia più divulgativa e nelle ricostruzioni ad uso del dibattito politico, di considerare i sommovimenti e la conflittualità endemica a cavallo tra Settecento e Ottocento quale cesura netta tra un ‘prima’ ed un ‘dopo’, per non parlare della percezione diffusa della secolarizzazione quale guerra aperta tra il clero ed i poteri civili statuali laici, inserita cronologicamente nella sola età contemporanea.

Un obiettivo ambizioso, perseguito attraverso l’analisi corale di quei fenomeni culturali, religiosi politici e amministrativi, già visibili nel secolo XVIII, che della secolarizzazione non costituiscono tanto le premesse quanto gli esordi: la diffusione di teorie filosofiche e di modelli di comunicazione scientifica tipici dell’illuminismo francese, la proliferazione di comportamenti decisamente non conformisti all’interno del clero regolare e le stesse riforme borboniche dell’organizzazione burocratica delle colonie, con il loro marcato spirito accentratore e l’intento di rivendicare al potere sovrano la statura necessaria a dialogare con i contro-poteri politici e religiosi e con tutti i gruppi di interesse da una posizione di forza.

Indubbiamente il volume apporta un contributo scientificamente ponderato su un tema di grande attualità, vista la natura a volte fruttuosa e a volte problematica dell’incontro tra l’Europa ed altri spazi culturali in cui il rapporto tra adesione religiosa e società civile ha prodotto esiti differenti, e considerando anche il dibattito interno alla società occidentale, a sua volta in fase di ripensamento e di riconfigurazione dei propri valori e della propria identità.

Michele Rabà

(Notiziario n. 99, gennaio 2021, pp. 12-13)