Mónica Ojeda, «Mandibula», traduzione di Massimiliano Bonatto, Napoli, Alessandro Polidoro Editore, 2021 

Mónica Ojeda, Mandibula, traduzione di Massimiliano Bonatto, Napoli, Alessandro Polidoro Editore, 2021, 325 pp.

Il romanzo di Mónica Ojeda comincia in medias res, con una scena decisamente forte: Fernanda, una ragazza adolescente, si risveglia scoprendosi legata in una baita in mezzo alla foresta; a rapirla è stata la sua professoressa di letteratura, Miss Clara. La studentessa frequenta una scuola femminile elitaria dell’Opus Dei, la Scuola Bilingue Delta High-School-for-Girls, dove non sono tollerati comportamenti ribelli o contrari alla dottrina cattolica e dove regna la disciplina, garantita da una precettrice che sorveglia i corridoi mediante un grande fischietto rosso appeso al collo. Nonostante questa impostazione rigorosa, l’obbedienza non viene sempre rispettata: le divise non sono sempre stirate e alcune alunne mostrano impertinenza e senso di superiorità rispetto ai loro professori, dettati dall’agiatezza delle famiglie da cui provengono. Anche gli scandali non riescono ad essere del tutto assenti: due alunne vengono punite per essersi scambiate effusioni; un’altra, rimasta incinta e tormentata dalle dure parole dell’insegnante di religione, si getta dalla finestra; infine, un’insegnante decide di andare in pensione dopo un infarto causato da una rappresentazione troppo reale della famiglia Clutter in A sangue freddo, di Truman Capote.

È proprio costei che Clara López Valverde si trova a dover sostituire, entrando nel corpo insegnanti freddo e estremamente professionale della scuola. Figlia a sua volta di una professoressa, la docente si rivela subito una donna dal passato tormentato, vittima di torture fisiche e psicologiche e con un rapporto molto malsano con la figura materna, morta a causa di una malattia. Tra le classi a lei assegnate c’è la «quinta b», nella quale sono iscritte Fernanda e le sue cinque amiche più strette: le gemelle Fiorella e Natalia, Analía, Ximena e Annelise, quest’ultima definita la sua «gemella-d’inguine», nonché capo del gruppetto. Le sei compagne trascorrono i pomeriggi in un edificio abbandonato, raccontandosi storie del terrore ispirate alle creepypasta (racconti horror che circolano su internet), autoimponedosi di superare prove molto pericolose e violente, con pene perfide e malvagie, e compiendo riti esoterici al Dio Bianco, una divinità creata da Annelise, legata alla donna e al passaggio iniziatico tra infanzia e adolescenza.

L’episodio del rapimento, che fa da apertura al testo, avviene successivamente a tutto ciò ed è in realtà la conclusione della storia: l’intreccio, quindi, non coincide con la fabula e l’intera narrazione è contraddistinta da salti temporali e spaziali, che spezzano l’ordine naturale della vicenda. Questi passaggi concatenati sono presenti anche nel flusso dei pensieri dei vari personaggi o nei discorsi che intercorrono tra essi, infondendo alla scrittura un ritmo molto incalzante e teso, che mantiene attiva l’attenzione del lettore. Lo stile è particolare, con una tensione perpetua generata dal modo di esporre i fatti e di far pensare i personaggi che, creando immagini molto forti e d’accordo con la trama raccontata, induce a far rientrare il romanzo nel genere del thriller di natura psicologica. In realtà, il testo sfugge ad una forzatura per criteri formali e contenutistici: sebbene la componente sopracitata sia la più abbondante, essa potrebbe essere considerata come l’esito di una convergenza di altri prodotti letterari.

In primis, la componente femminile. I personaggi attivi e citati sono quasi tutti donne o ragazze, ad esclusione dell’insegnante di religione, Mr. Alan (che ricopre comunque un ruolo minore e indiretto rispetto alle sue colleghe) e il fratello morto di Fernanda; addirittura, nelle pagine in cui sono trascritti i colloqui tra quest’ultima e il suo psichiatra, questo viene reso muto dalla Ojeda, che scrive a fianco al suo nome soltanto dei puntini di sospensione, lasciando immaginare al lettore l’eventuale risposta o domanda posta dal dottore. Le relazioni femminili affrontate sono principalmente di tre tipi: l’amicizia tra le compagne di classe, e in particolare tra Fernanda e Annelise, talmente stretta da poter essere considerato un legame di sangue, come fossero due sorelle; la relazione madre-figlia, tra Fernanda, Annelise, Clara e le rispettive madri, relazione morbosa, insana e terrificante; il rapporto tra insegnante e studentessa, che viene spesso paragonato dai personaggi a quello precedente, andando decisamente oltre la semplice declinazione mentore-discepolo. La stessa scelta del titolo, Mandibula, si riferisce all’apparato masticatorio degli alligatori, in particolare al comportamento delle femmine che tengono i propri cuccioli all’interno, in una stretta contemporaneamente mortale e di difesa. La violenza è costantemente accostata all’amore e la componente bestiale ritorna continuamente nel romanzo, sia sotto forma di animali morti (principalmente rettili) o resti di essi, sia come parte integrante del carattere delle protagoniste, che mostrano lati animaleschi e brutali nella sfera affettiva, sessuale, scolastica e religiosa. In questo romanzo, completamente femminile, viene scardinato il luogo comune che associa l’aggressività esclusivamente all’universo maschile, dimostrando un altro tipo di violenza, che comprende quella fisica e quella psicologica.

Un’altra componente preponderante nella narrazione è infatti il terrore scaturito dalla ferocia degli atti compiuti dalle ragazze: dalle sfide nell’edificio abbandonato al saggio scritto da Annelise per Miss Clara, dalla psicosi della professoressa ai racconti di storie horror che creano un’atmosfera di inquietudine condivisa. La paura è sempre associata ad un unico colore, il bianco, definito da una delle ragazze come il colore del «silenzio perfetto», e lo considera spaventoso perché non potrà rimanere puro, ma inevitabilmente si macchierà. Il bianco ritorna quindi in tutti gli episodi dove la paura fa da protagonista (come, per esempio, la stanza dell’edificio abbandonato usata per compiere i riti iniziatici, a cui vengono ritinteggiate di bianco le pareti) e all’inizio del libro vengono proposte citazioni di grandi autori che hanno accostato questo colore ad immagini di paura (Poe, Melville, Lovecraft e Shelley).

Sarebbe restrittivo, dunque, considerare Mandibula come un semplice thriller, perché vorrebbe dire non tener conto delle sfumature presenti al suo interno e della complessità letteraria, sia per stile che per contenuti; come suggerisce l’autrice, gli “esercizi funamboli” tanto amati da Fernanda e Annelise diventano una metafora della capacità della scrittrice di attraversare trasversalmente diversi generi letterari, donando al romanzo una particolarità che lo rende estremamente interessante e originale.

Martina Mattiazzi

(Notiziario n. 104, novembre 2021, pp. 17-18)

Isabel Allende, «Donne dell’anima mia: dell’amore impaziente, della lunga vita e delle streghe buone», Milano, Feltrinelli, 2020

Isabel Allende, Donne dell’anima mia: dell’amore impaziente, della lunga vita e delle streghe buone, Milano, Feltrinelli, 2020, 175 pp.

Affidato ad Elena Liverani, storica traduttrice italiana di Isabel Allende, questo nuovo libro rievoca momenti autobiografici molto intensi, con alcune riflessioni sull’attualità.

La protagonista evidenzia come, fin dalle origini, la cornice in cui ha vissuto è stata estremamente rigida e strutturata in maniera patriarcale. Una delle prime figure che vengono presentate è Panchita, sua madre, che sembra rassegnata ai costumi ed alle abitudini dell’epoca. All’età di tre anni, Isabel lascia il Perù poiché Tomás Allende, il marito di Panchita, abbandona la famiglia. La madre e la figlia tornano perciò in un quartiere residenziale di Providencia, comune della provincia di Santiago. In quegli anni troviamo anche lo zio Ramón, un uomo brillante che si è formato dai gesuiti, ma che purtroppo, nonostante la bontà apparente, secondo l’autrice incarna il prototipo conservatore e maschilista. Isabel Allende racconta molti aneddoti su quel periodo, come ad esempio quando già a pochi anni d’età, secondo i suoi parenti, sarebbe stata in grado di discernere tra le opere di Monet e quelle di Renoir. Un’altra figura molto importante per Isabel è il nonno Agustín, detto Tata, un rigido basco di formazione cattolica che, pur contrario alle idee innovative, è sempre disposto ad aiutare il prossimo. La sua consorte si chiama Isabel, come la nipote, e ha un ruolo defilato e marginale tra le mura domestiche. In Isabel il femminismo ed una sorta di socialismo egualitario nascono dall’aver visto le precarie condizioni delle domestiche.

L’adolescenza, invece, è densa di letture, anche quelle non convenzionali per l’epoca, come ad esempio Simone De Beauvoir. La giovane non segue i modelli delle altre coetanee della media borghesia, impegnate nella ricerca di qualche rampollo per accasarsi. Durante quel periodo, e più precisamente fino al 1958, quando scoppia una feroce guerra civile, Isabel è a contatto con la realtà libanese, giacché il suo patrigno Ramón ricopre la carica di console. In questi capitoli è riportato un episodio tragico, e sfortunatamente molto attuale, che avvalora la sua scelta anticonformista: al collegio internazionale Isabel fa amicizia con Shamila, una ragazza pakistana che è stata picchiata dal padre perché si è vestita all’occidentale e per aver rifiutato un matrimonio combinato.

Divenuta adulta, Isabel decide di affrancarsi economicamente e trova un lavoro prima come impiegata e poi, dal 1967, fa parte di un giornale d’inchiesta letto prevalentemente dalle donne e chiamato Paula, che propone articoli per il riscatto femminile in un paese, il Cile, ancora troppo arretrato: una valida palestra per accostarsi a Sylvia Plath, Betty Friedan, Germaine Greer e Kate Millet. Questa prima rassegna biografica si conclude con il matrimonio, da cui nasceranno due figli: Paula, che tragicamente morirà giovane, e Nicolás.

Nei capitoli successivi, Isabel alterna il racconto di vicende personali ad eventi che riguardano, più in generale, la società contemporanea, come ad esempio i successi ottenuti con la rivoluzione femminista degli anni ’60. Parlando dei suoi romanzi, Isabel ricorda quello che l’ha resa celebre nel 1982 e che ha legittimato a livello internazionale le scrittrici latinoamericane: La casa degli spiriti. Molto toccante è la ricostruzione di Paula, ispirato al suo dramma familiare, per la perdita della figlia ventottenne a causa di una malattia rara, la porfiria.

La narratrice si identifica poi con Eliza Sommers, la giovane protagonista di La figlia della fortuna, che si ribella alle convenzioni vittoriane di metà Ottocento: ad esempio, abbandona i busti che imprigionano i corpi femminili per seguire le gesta maschili di quegli anni da febbre del far west californiano. Un’altra figura che ammira Isabel è Olga Murray, un’anziana benefattrice che negli anni ’90 a Katmandu, la capitale del Nepal, ha creato dei convitti per ospitare i bambini più poveri sottraendoli al ‘Kamlaris’: una sorta di schiavitù economica e, nei casi più gravi, anche sessuale. Purtroppo, però, le violenze, continua Allende, non avvengono solo nei paesi sottosviluppati, ma anche negli Stati più progrediti. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, circa duecento milioni di donne sono sfruttate, umiliate o hanno subito forme di mutilazione. Ad esempio, in una colonia mennonita di Manitoba, in Perù, centocinquanta tra donne e bambine tra il 2005 ed il 2009 sono state violentate ed a loro è stato fatto credere che fossero impossessate dal demonio. Ma anche in un contesto meno arcaico, nel Senato degli Stati Uniti, due esponenti repubblicani, Steve King e Tod Akim, hanno giustificato gli stupri avvenuti durante le guerre civili e affermato che le donne vittime di violenza difficilmente restano gravide. Vi sono però anche esempi lungimiranti incontrati direttamente dalla scrittrice, come le donne che abitano nei pressi del lago Atitlán in Guatemala: queste provengono da villaggi dove indubbiamente non si vive nel benessere, ma la solidarietà ed il buonumore che regnano tra loro sono autentici. Nel suo piccolo, anche Isabel ha creato un gruppo di mutua condivisione, ‘le sorelle del perpetuo disordine’, di cui parla soprattutto attraverso Grace Damman, che purtroppo ha dovuto poi abbandonare il gruppo per aver perso la sua autonomia e ricoverarsi in una casa di riposo. Ne scaturisce una riflessione sulla necessità di potenziare i servizi per gli anziani o per coloro che non sono autosufficienti, rispettandoli e valorizzandoli non solo per i loro meriti produttivi. Un’altra donna a cui Isabel dedica alcune pagine del romanzo è Michelle Bachelet, la prima presidentessa del Cile, che ha lottato contro leggi restrittive che danneggiano la libertà di scelta, ha promosso una campagna di informazione contro i maltrattamenti domestici ed ha cercato una riconciliazione tra i militari ed i familiari dei desaparecidos. Purtroppo il tema della violenza delle forze armate è ancora attualissimo, basti ricordare quanto è avvenuto il 18 ottobre 2019, quando i carabineros hanno intentato un’azione di forza contro i manifestanti che si opponevano alla politica del presidente Sebastián Piñera.

Nel romanzo possiamo apprezzare il contributo di autori che, attraverso i loro testi, trattano di tematiche care alla riscossa del genere femminile o che si prodigano per i diritti dei rifugiati che attraversano il Mediterraneo o la frontiera tra Messico e Stati Uniti, battendosi contro la xenofobia ed ogni forma di razzismo: Miguel Gane, Juana Inés de la Cruz, Warsan Shire, Las Tesis, Pablo Milanés, Violeta Parra.

Il romanzo si conclude con un ringraziamento alle donne incontrate sul cammino dalla scrittrice. Tutti i pensieri raccolti sono stati scritti nel marzo 2020, quando è iniziata l’emergenza pandemica. Senza scomodare Gabriel García Márquez, l’ottimista Isabel Allende spera che possa regnare l’amore anche ai tempi del coronavirus, ma più impegnativo sarà l’auspicio di costruire, appena terminata questa emergenza, una società più giusta dove regni il rispetto tra le donne e gli uomini.

Roberto Riva

(Notiziario n. 104, novembre 2021, pp. 15-17)

Homero Aridjis, «El testamento del Dragón», México, Alfaguara, 2018

Homero Aridjis, El testamento del Dragón, México, Alfaguara, 2018, 511 pp.

El testamento del Dragón costituisce un vero compendio della poetica di Homero Aridjis: un abbecedario di aforismi, autori, citazioni, parole chiave da cui prende vita l’universo poetico dello scrittore messicano. Divinità e mostri, miti e leggende, sentimenti e oggetti, si delineano attraverso il canone letterario e le stesse opere di Aridjis, nella sua peculiare interpretazione. Impossibile non riconoscere i pilastri della storia della cultura, non solo occidentale, e i concetti ricorrenti nei suoi romanzi, racconti, poesie, saggi, interviste.

Dedicata significativamente alle donne di famiglia –moglie, figlie e nipotina–, l’opera mescola tanto testi di Aridjis, come testi altrui; imprescindibile la puntualizzazione dell’autore in apertura, per evitare facili confusioni: «Los aforismos, antiaforismos, metaforismos y los textos que no llevan referencias bibliográficas son obra mía. Las traducciones en las que no aparece el nombre del traductor […] al final del libro están hechas por mí. Como el origen de cada texto es claro, he optado por no entrecomillar al menos que fuera imperioso» (p. 10). La precisazione è d’obbligo proprio perché i criteri, almeno inizialmente, non sono cosí chiari: il lettore si vede risucchiato in un gorgo di immagini, di concetti, di visioni che, pagina dopo pagina, vengono a ricomporre, come fittissime e minute tessere, il mosaico della poetica di Aridjis.

Ordinati alfabeticamente ma senza estensioni o criteri preordinati, i lemmi si affastellano obbligando il lettore alla loro ricerca all’interno del testo: a volte si manifestano al principio della riga, ma piú spesso, in realtà, si mimetizzano internamente, attraendo il lettore in una sfida ludica dentro la pagina stessa. L’agnizione schiude poi il riconoscimento semantico ed il conseguente riordinamento formale all’interno di un quadro generale che, poco a poco, acquista forma compiuta. Si direbbe un canovaccio steso meticolosamente negli anni, con gli appunti preziosi che sottendono le opere dello scrittore messicano e che, estrapolati, prendono forma e vita nei testi in cui via via si inglobano.

Alcune voci si limitano ad un unico rimando, altre vengono declinate in modo molto piú articolato, restituendone la complessità nel microcosmo di Aridjis. Allora ci è dato immergerci nelle molteplici variazioni di elementi solo all’apparenza lineari, ma che il lettore affezionato riconosce e sa apprezzare nell’arco di una produzione artistica ormai di una certa consistenza: e ritroviamo l’amore, ma anche gli angeli, le canzoni, Dio, gli uomini, il sole, la pioggia, la morte, l’inferno, il sogno, la Vergine, l’io…

El testamento del Dragón diventa, dalla data di pubblicazione, un punto di riferimento imprescindibile nell’ecdotica di Aridjis, summa di dubbi e certezze, opinioni, autori, libri: un atto dovuto, un testamento spirituale del drago interiore che «vaga por la inmensidad del cielo, distribuye la luz y la sombra, desata el trueno y el relámpago y preside los cambios de la naturaleza» (p. 141).

Patrizia Spinato B.

(Notiziario n. 104, novembre 2021, p. 15)

Chiara Ferrari, «Le donne del folk. Cantare gli ultimi. Dalle battaglie di ieri a quelle di oggi», Rimini, Interno 4, 2021

Chiara Ferrari, Le donne del folk. Cantare gli ultimi. Dalle battaglie di ieri a quelle di oggi, Rimini, Interno 4, 2021, 466 pp.

Questa monografia racconta quarantasei cantautrici e interpreti attraverso un viaggio che percorre quattordici nazioni, toccando il nord ed il sud America, l’Africa, il vicino oriente e l’Europa. Terminata la seconda guerra mondiale, numerose artiste, cantanti, musiciste, ricercatrici, studiose di antropologia e di etnologia hanno riscoperto la tradizione culturale/musicale dei territori o delle etnie di provenienza. Le protagoniste di questa ricostruzione appartengono ai più svariati ceti sociali, dalle benestanti a quelle che hanno vissuto ristrettezze a causa degli umili natali. Tuttavia esse hanno in comune quel senso di riscatto nel rivalorizzare le tradizioni rurali delle periferie urbane, dei canti legati alla pastorizia, alla pesca ed ai bassifondi cittadini. Il testo si divide in un’introduzione ed in specifici approfondimenti, dove ad ogni settore sono associate la cantautrici dei vari continenti.

Negli Stati Uniti, ad esempio, le più prestigiose artiste della cultura folk sono Judy Collins e Joan Baez. Entrambe sono nate negli anni ’30 e vivono la propria gioventù tra la Presidenza Eisenhower e le prime manifestazioni contro la segregazione razziale. Il loro obiettivo, nei locali newyorkesi o di San Francisco, è promuovere la tradizione blues nata proprio nelle piantagioni di cotone dove erano impiegati gli schiavi. Un altro campo espressivo è stato non solo la riscoperta della cultura del west americano o del jazz, ma anche i canti della classe operaia o portuale che certamente per buona parte del ventesimo secolo non si è sentita rappresentata dall’establishment statunitense.

Se si considera l’America latina, come non ricordare Violeta Parra e Mercedes Sosa? La prima, figlia d’arte e cilena di appartenenza, già dalla metà del ventesimo secolo ha denunciato le condizioni miserrime in cui hanno vissuto i contadini. Probabilmente questa vena di protesta ha trovato eco in molti gruppi che si sono organizzati successivamente, a partire dagli anni ’70, come gli Inti-Illimani. Mercedes Sosa è nota in Argentina come la ‘cantora popular’ poiché ha prestato la sua voce ai brani di protesta contro il regime dittatoriale di Jorge Rafael Videla.

Molto articolata è la sezione europea. La più prestigiosa interprete del folk inglese è indubbiamente Shirley Collins, mentre dagli anni ’50 la Francia introduce un altro tipo di musica popolare, ovvero quella esistenzialista, grazie alla voce indimenticabile di Juliette Gréco, una delle inventrici della musica d’autore. In area lusitana domina la scena, a partire dagli anni ’40, Amália Rodrigues, che ha impersonato le virtù del Portogallo grazie al fado, un ritmo antichissimo, tonale ma ripetitivo, che racconta vicende legate alla lontananza dalla propria terra ed agli amori sofferti. In Grecia, tra gli anni ’60 e ’70, la musica popolare vanta tra le maggiori personalità la giovanissima Maria Farantouri, conosciuta come una delle più celebri interpreti del ‘canto general de la tierra’ di Pablo Neruda. Dopo la presa del potere da parte dei colonnelli, nell’aprile 1967, l’artista si rifugia all’estero, ma le sue canzoni, musicate da Mikis Theodorakis, esortano i cittadini ellenici a resistere alla sopraffazione. Si affermano proprio in quel periodo nella capitale altre artiste che, col ritorno della democrazia, assumeranno cariche in ruoli apicali nella cinematografia, nella cultura pop ed in politica, come Melina Mercouri e Nana Mouskouri.

Analizzando il patrimonio italiano, la Ferrari propone le biografie di etnomusicologhe come Caterina Bueno o di cantastorie come Rosa Balistreri e Margot. Balistreri è una promotrice delle tradizioni meridionali; Margot, toscana, è nota per aver musicato alcuni racconti che trattano in maniera ironica la nostra situazione politica. Uno spazio è dedicato all’esuberante Gabriella Ferri ed ai suoi stornelli romani, ma anche a Giovanna Daffini ed a Giovanna Marini, promotrici, assieme ad altri intellettuali, a metà degli anni ’60, di Bella ciao. Il nuovo canzoniere italiano, un album che raccoglie i brani degli anarchici, dei socialisti, dei partigiani, ma anche quelli più ludici, come l’abruzzese «Lu cacciatore Caetano». Un’altra personalità eclettica è stata la sassarese Maria Carta, che ha portato in scena una cantica di fine Ottocento scritta dal poeta Salvatore Sini «In su monte ‘e Gonare’» oltre a far conoscere al grande pubblico il patrimonio musicale legato alla sua isola. Una sezione è dedicata anche alle nuove interpreti, come Teresa De Sio, Ginevra Di Marco, Elsa Martin. Nell’ultimo decennio si sono affacciate ‘le mondine’, un trio piemontese composto da Letizia Borgaro, Barbara Leva e Giulia Zingales, che si esibiscono spesso in feste paesane o presso emittenti locali intonando melodie del repertorio regionale: la loro tipicità consiste in un abbigliamento che le fa assomigliare alle operaie delle risaie, con uno stile molto elegante. Sempre in Italia, l’autrice raccoglie testimonianze antropologiche di alcuni paesi della costa campana, dove sono ancora conosciuti canti provenienti dalla tradizione dei mori, mentre nell’Appennino centrale permarrebbero alcune ballate risalenti al periodo carolingio.

Forse meno conosciuta, ma di indiscutibile valore, è la cultura folkloristica africana. Tra le maggiori interpreti troviamo Miriam Makeba, proveniente da Johannesburg, e l’egiziana Oum Kalthoum. La prima ha lasciato il suo paese per perorare la causa contro l’apartheid nei teatri più rinomati d’Europa e ricevendo negli anni ’90 il riconoscimento di Nelson Mandela. La seconda, invece, ha infranto alcuni tabú sociali tuttora vigenti in Egitto, come la possibilità per una donna di far carriera tra le dive dello spettacolo; inoltre, ha permesso ad una popolazione rurale di avvicinarsi attraverso i primi apparecchi radiofonici ai poeti moderni del suo paese: negli anni ’50 è divenuta un’icona, tanto da ricevere il plauso del presidente Nasser. Alcune testimonianze racconterebbero che spesso, al Cairo, i parlamentari hanno interrotto le loro sedute per ascoltare i suoi concerti e quando è morta, a metà degli anni ’70, ai suoi funerali ci sarebbe stato un corteo di dieci chilometri di persone per renderle omaggio.

Quella di Chiara Ferrari è una ricostruzione molto dettagliata e preziosa, spesso corredata da fotografie, che testimonia la determinazione di molte donne nell’aver voluto e saputo allargare lo sguardo ad un mondo ormai lontano, che forse la società tecnologicamente avanzata avrebbe voluto dimenticare.

Roberto Riva

(Notiziario n. 104, novembre 2021, pp. 13-14)

«Gli Statuti di Ponzone», traduzione e commento di Carlo Prosperi, Introduzione di Andrea Mignone, Editrice Impressioni Grafiche, 2020

Gli Statuti di Ponzone, traduzione e commento di Carlo Prosperi, Introduzione di Andrea Mignone, Editrice Impressioni Grafiche, 2020, 251 pp.

Il ritrovamento casuale degli Statuta Ponzoni, avvenuto durante lo sgombero di un antico palazzo, ha riportato alla luce documenti rarissimi che vengono riproposti, con testo a fronte del 1624, nella traduzione dal latino e commento di Carlo Prosperi, ne Gli Statuti di Ponzone, volume stampato dalla casa Editrice Impressioni Grafiche con il contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria. A causa della pandemia di Covid, il libro ha potuto essere presentato soltanto nell’estate del 2021.

Citato per la prima volta dalle Cronache imperiali dell’anno 967, Ponzone fu, nel Medio Evo, capitale di un Marchesato autonomo federato al Marchesato imperiale aleramico di Monferrato. Il suo territorio comprendeva, fino alla prima metà del secolo XIII, un settore meridionale della pseudoregione monferrina, includendo un tratto della costa ligure di ponente, fra le località di Albisola e Varagine, la odierna Varazze. Tale ruolo, nonché la sua vicinanza al mare, fecero sì che Ponzone fosse per secoli importante scalo di un ramo della Via del sale, percorso che portava questa preziosa derrata dalla costa fino all’interno dell’Italia Settentrionale, facilitando gli scambi commerciali. Inoltre, grazie alla sua particolare posizione geografica –lungo un crinale isolato che consente di dominare, su un arco di 360°, lo sconfinato panorama della Pianura Padana, dell’Appennino Ligure nonché della Catena Alpina centro-occidentale– Ponzone divenne un poderoso baluardo militare, più volte funestato da feroci conflitti; l’immagine in copertina del libro, una mappa militare spagnola del secolo XVII, proveniente dalla Biblioteca Nacional de España, dà una idea della sua passata importanza strategica. Il suo ‘Castello’, come si evince dalla stessa mappa, era in realtà una roccaforte militare quasi imprendibile, eretta nel punto più elevato delle fortificazioni dell’oppido, e fu raso al suolo con un inganno durante la Guerra dei Trent’anni, conflitto che devastò in particolare il territorio monferrino.

Se ad Andrea Mignone, professore dell’università di Genova (Facoltà di Scienze Politiche), autore dell’introduzione storica de Gli Statuti di Ponzone, si deve il merito di aver riconosciuto il grande valore storico del libretto casualmente ritrovato, al prof. Carlo Prosperi, insigne storico e latinista, autore di numerosi saggi dedicati in parte al territorio monferrino, va quello di averne effettuato una traduzione assolutamente fedele, pur nelle difficoltà di un latino più che maccheronico, infarcito di volgarismi di non facile interpretazione.

Il testo spazia dal diritto penale al diritto privato e di famiglia, dalla conduzione del patrimonio boschivo comunitario a quello del mantenimento dei pascoli, affronta i temi della gestione delle proprietà, definisce gli obblighi delle donne maritate e di quelle giuridicamente autonome, presentando elementi di straordinaria modernità, come più volte sottolineato dal Dr. Claudio Viazzi, giurista, ex Presidente del Tribunale di Genova, durante la presentazione del volume, avvenuta lo scorso mese di agosto.

Questi Statuti forniscono non solo un’idea delle norme giuridiche vigenti in quell’epoca, ma rappresentano anche la preziosa testimonianza della composizione della società con le sue gerarchie, dell’importanza delle colture, dei pascoli e dell’allevamento, dell’intenzione di regolamentare le consuetudini, sottoposte a norma anche per salvaguardare l’ordine sociale.

Delle antiche fortificazioni ponzonesi rimangono scarsi resti; tuttavia l’imponente chiesa parrocchiale, alcune dimore gentilizie e un palazzo marchionale con vistosi portici confermano l’importanza del potere feudale raggiunto dal Marchesato. Va infine ricordato che dalla sua storia e dalla bellezza degli scenari trassero ispirazione il trovatore provenzale Rambaldo de Vaqueiras nonché i novellisti italiani Giovanni Boccaccio e Matteo Bandello.

Nando Pozzoni

(Notiziario n. 104, novembre 2021, pp. 12-13)

Guadalupe Fernández Ariza (coord.), «La ciudad como arquetipo. Literatura, historia y arte», Málaga-Madrid-Zaragoza, Estudios Latinoamericanos, 2019 

Guadalupe Fernández Ariza (coord.), La ciudad como arquetipo. Literatura, historia y arte, Málaga-Madrid-Zaragoza, Estudios Latinoamericanos, 2019, 257 pp.

Come ricordato nel prologo dalla curatrice, il libro raccoglie alcune delle relazioni presentate in occasione del seminario La ciudad como arquetipo, svoltosi a Malaga dal 17 al 19 settembre 2018 e organizzato dall’Aula María Zambrano e dalla Cattedra Vargas Llosa. Come sempre un’occasione per lasciare traccia del lavoro svolto e per coinvolgere quanti non hanno avuto la possibilità di seguire in presenza le sessioni.

Apre il volume l’intervento di Pilar Linde, dell’Università di Malaga, che presenta «Modelos de ciudad en el fin de siglo. Decadentismo y hermetismo»: partendo dall’assunto che la città nel XIX secolo comincia ad assurgere a spazio per antonomasia nelle lettere e nelle arti, e quindi luogo dove si compie il dramma dell’uomo moderno, Linde ne esamina le iniziali propaggini nella letteratura ispano-americana, attraverso alcune opere rappresentative di José Asunción Silva, Manuel Díaz Rodríguez e Leopoldo Lugones.

Nel saggio «La ciudad en la poesía contemporánea (de Baudelaire a García Lorca)», Antonio Jiménez Millán, dell’Università di Malaga, si avvale di una dichiarazione di Federico García Lorca per trattare dell’interiorizzazione dello spazio urbano, caratteristica della modernità a partire da Charles Baudelaire. Inoltre, nel XX secolo Nuova York sostituisce Parigi nell’immaginario e nel rinnovamento artistico, attraverso un nuovo linguaggio e un nuovo modello urbano.

Lo scrittore Alfredo Taján, in «Buenos Aires, 1925», descrive la crescita letteraria, artistica, architettonica e urbanistica di una città cruciale che, come spazio utopico, si trasforma radicalmente tra il 1910 ed il 1945. E, sullo stesso filo conduttore, Teodosio Fernández, della Università Autonoma di Madrid, tratta «Las ciudades de Borges» e soprattutto di Buenos Aires, da lui considerata unica città di un certo rilievo.

Cristóbal Macías, dell’Università di Malaga, si concentra su «La imagen de la ciudad en las novelas históricas de Manuel Mujica Lainez» e soprattutto, nuovamente, della capitale argentina. Guadalupe Fernández Ariza, della medesima Università, ripercorre dall’antichità la relazione tra città e creazioni artistiche, per approdare al mondo artistico ispanico del Novecento, nel saggio «Las ciudades literarias: Alejo Carpentier y Mario Vargas Llosa».

E sul Premio Nobel peruviano, nonché dottore honoris causa dell’Università di Malaga, si sposta definitivamente l’asse delle comunicazioni, attraverso l’intervento di Fernando R. Lafuente, dell’Istituto universitario di ricerca Ortega y Gasset di Madrid, con «Vargas Llosa, las ciudades y los tiempos», e la sessione di chiusura del seminario, dal titolo «La ciudad como arquetipo», in cui prendono la parola Mario Vargas Llosa, Juan Manuel Bonet e la moderatrice Guadalupe Fernández Ariza intorno a scrittori come Carpentier e Vallejo, a editori come Barral, ad agenti come Balcells, città come Parigi, L’Avana e Lima.

Patrizia Spinato B.

(Notiziario n. 104, novembre 2021, pp. 11-12)

“Notiziario della Banca Popolare di Sondrio”, n. 146, agosto 2021

Notiziario della Banca Popolare di Sondrio, n. 146, agosto 2021, 205 pp.

Perviene da mani amiche per la nostra biblioteca questa bella pubblicazione quadrimestrale, giunta a quasi mezzo secolo di vita, che dimostra la grande attenzione che la BPS dedica alla cultura e al territorio: attenzione non scontata, soprattutto in un periodo di cambi societari e di ristrettezze economiche, ma che la dice lunga sulle ampie prospettive e sulle virtuose ricadute socio-spaziali che un istituto bancario può avere.

Fondato nel 1973, il Notiziario è guidato da Mario Alberto Pedranzini, Direttore editoriale, Italo Spini, Direttore responsabile, e Mina Bartesaghi a capo della redazione, a sua volta composta da Antonio Del Felice, Paolo Lorenzini, Maura Poloni e Chiara Previsdomini. L’accurata veste grafica si può apprezzare tanto nel formato cartaceo quanto nell’edizione dematerializzata, ad accesso aperto dal sito: https://nonsolobanca.popso.it/FixedPages/IT/SchedaNotiziario.php/L/IT/ID/BPSN298

Le prestigiose collaborazioni, via via richieste dalla redazione, spaziano in molteplici campi: ecologia e ambiente, diritto, arte e letteratura, scienze e tecnica, storia e geografia, medicina e sport, oltre alle notizie e agli aggiornamenti del gruppo bancario. Notevole anche l’apparato iconografico, che rende la lettura ancora piú gradevole.

Il numero estivo è aperto da Franco Monteforte che, nella sezione I 150 anni della BPS, tratta di «Pasquale Saraceno, storico della Banca Popolare di Sondrio», mentre nell’Attualità Gianfranco Dioguardi scrive «Per un’organizzazione sostenibile». All’interno della rubrica Il Pianeta che cambia, Laura Bosio tratta di «Una Terra da lasciare in eredità», Telmo Pievani di «Pandemia ed ecologia: il nesso scomodo», Marta Chiarle di «Frane di alta quota». Due le collaborazioni nella sezione Giustizia, rispettivamente di Antonio La Torre e di Francesco Saverio Cerracchio.

Di nostro particolare interesse sono gli approfondimenti letterari, ampiamente rappresentati in diverse rubriche. Gli Anniversari sono dedicati a Dante Alighieri, a firma di Vittorio Coletti e di Anna Bordoni Di Trapani, mentre Letteratura ospita due interventi su Pier Paolo Pasolini, di Alfonso Berardinelli e di Gianni Canova, ed uno su Dostoevskij, di Armando Torno. In Elzeviri, la scrittrice Antonia Arslan propone affascinanti «Storie di nasi», il giornalista Alessandro Melazzini tratta de «Le confutazioni di Rutger Bregman», mentre lo scrittore Paolo Grieco lascia il racconto «Il passato non ritorna». A questi possiamo senz’altro aggiungere il bel Reportage di Roberto Ruozi, «Evviva Milano viva», sulla città postpandemica: considerazioni sulla storia e sulle sfide di una Milano in continuo cambiamento, approfittando delle poche passeggiate estemporanee concesse durante il confinamento.

Anche storia e geografia sono presenti in piú rubriche: Giuseppe ‘Popi’ Motti parla de «Il Club alpino e le guide fra XIX e XX secolo» in Provincia ieri e oggi; Corona Perer («Garda trentino, il paradiso verticale»), Fernando Iseppi («Una ex colonia tiranese diventata svizzera») e Massimo Gozzi («L’antica via d’acqua da e verso Valtellina e Valchiavenna») contribuiscono a Oltre la Valle. Uno sguardo al passato ospita gli interventi di Donatella Puliga («Un viaggio in miniatura», amena passeggiata nella letteratura antica), di Natale Perego («Galeazzo Isacchi, l’incantatore cinquecentesco d’Oggiono») e di Attilio Brilli («Le grotte dei mille Budda»).

Molte altre, ugualmente interessanti, le rubriche e i contributi presenti nel Notiziario, a completare un ventaglio di proposte di altissimo profilo e sicuramente stimolanti per un pubblico ben piú ampio dei privilegiati soci della Banca: e, in attesa dei cinque lustri, l’augurio di proseguire con iniziative prestigiose e virtuose, ad illuminare periodi bui ed opachi come quello presente.

Patrizia Spinato B.

(Notiziario n. 104, novembre 2021, pp. 10-11)

“Latin American Research Review”, n. 55/1, 2020

Latin American Research Review, n. 55/1, 2020, pp. 81-206

Nel 1965 nasce la rivista della Latin American Studies Association, che si occupa di scienze umane e sociali (antropologia, economia, storia, letteratura, scienze politiche e sociologia) relative all’America Latina e ai Caraibi. Lo spirito della rivista è sempre stato quello di incoraggiare la discussione interdisciplinare attraverso quattro pubblicazioni annuali multilingue (inglese, spagnolo e portoghese).

La sezione di apertura, Economics, presenta un’interessante analisi quantitativa a cura di Manuel Olave, Ricardo Nogale, Pamela Córdova e Brisa Rejas, dal titolo «Bolivia: Una nueva mirada al rol de los recursos naturales en el crecimiento económico». Lo studio analizza, nella realtà boliviana, le relazioni tra la crescita economica e la dinamica dei prezzi, tra il 1970 e il 2013, delle più importanti risorse naturali da esportazione, vale a dire stagno, zinco, argento, oro e gas; in particolare, identifica i periodi di tempo in cui ciascuna di queste risorse naturali è stata strettamente correlata alla performance economica del paese.

La sezione Literature and Cultural Studies raccoglie tre studi: «Crisis naturales y textos de emergencia: Cómo leer el sismo del 19 de septiembre de 2017 en la Ciudad de México» dove Francisco Carrillo Martín propone, viste le numerose narrazioni che seguono un disastro naturale, di definire tali racconti come parte di quello che egli stesso definisce un «genere di emergenza», dal quale emergono nuove dinamiche di rappresentazione relative sia alla politica che allo spazio che ci circonda; con il saggio dal titolo «Valuing Literature: The Picaresque and the Writing Life in Mexico», Jorge Téllez esamina il ruolo dell’aldilà nel romanzo picaresco e i motivi che hanno indotto gli scrittori messicani ad attingere da tale genere letterario. Conclude la sezione il saggio «O “Recitatif” de Machado de Assis: Para uma leitura negra de “Missa do galo” e “Teoria do medalhão» di Paulo Dutra, in cui, usando il racconto «Recitatif» di Toni Morrison come punto di partenza, si esaminano le narrazioni di Machado de Assis per svelare la presenza ignorata, e quindi l’importanza sottovalutata, della razza.

In Politics and International Relations, l’articolo di Nancy Postero e di Jason Tockman dal titolo «Self-Governance in Bolivia’s First Indigenous Autonomy: Charagua» indaga sui diritti dei popoli indigeni e in particolare sulla autodeterminazione e sul mantenimento delle loro istituzioni. Basandosi su decenni di attivismo in tutto il mondo, nel 2007 le Nazioni Unite hanno approvato la Dichiarazione dei diritti dei popoli indigeni (UNDRIP). Riconoscendo le ingiustizie storiche affrontate dai popoli indigeni a causa della colonizzazione e dell’espropriazione delle terre, la dichiarazione stabilisce che i popoli indigeni hanno diritto al pieno godimento dei diritti umani e delle libertà stabiliti dal diritto internazionale, nonché il diritto di essere liberi da discriminazioni. Gli autori si soffermano su come tali diritti vengano esercitati a Charagua, primo ‘governo autonomo indigeno’ della Bolivia, a maggioranza guaraní; Cecilia Rossel e Mora Straschnoy, con il saggio «¿Cuánto pueden condicionar las condicionalidades? Evidencia sobre las asignaciones familiares de Argentina y Uruguay», si occupano dei processi di attuazione dell’Assegno Universale dei Bambini dell’Argentina e del Piano di Assegno Familiare (Equity Plan) dell’Uruguay.

Con il titolo «La sub representación de mujeres en gabinetes ministeriales: El caso ecuatoriano en perspectiva comparada, 1979-2015», Santiago Basabe-Serrano descrive e spiega la rappresentanza sottodimensionata femminile nei gabinetti ministeriali durante il periodo 1979-2015 in Ecuador. Utilizzando un database inedito e un modello di regressione lineare, l’articolo mostra che il numero crescente di legislatori e le dimensioni del blocco legislativo del governo hanno avuto un effetto positivo sulla presenza femminile in quest’ambito, per quanto la tendenza a nominare donne in ministeri di scarsa importanza politica fosse costante.

Chiude la sezione Sociology, che propone il saggio «Los norteamericanos que reinventaron a los pueblos de México: Los emprendedores extranjeros en la redefinición de la cultura y el turismo» di Mario Alberto Velázquez García e Helene Balslev Clausen, che intervengono sul ruolo fondamentale degli imprenditori nordamericani nella ridefinizione del lavoro produttivo in due villaggi messicani: Taxco, la città dell’argento, e Álamos. L’articolo individua tali imprenditori quali responsabili del cambiamento nel trasformare l’identità culturale di questi luoghi. Prima del loro arrivo, le città avevano vissuto gravi crisi economiche e non erano considerate mete turistiche. Questo articolo cerca di colmare il divario tra gli imprenditori nordamericani e il loro impatto socioculturale sui siti turistici in Messico.

Infine, l’analisi di Darío Hernán Vásquez-Padilla e Castriela Esther Hernández-Reyes, dal titolo «Interrogando la gramática racial de la blanquitud: Hacia una analítica del blanqueamiento en el orden racial colombiano», mostra la percezione individuale del colore della pelle come dimensione ideologica dello sbiancamento, i cui risultati svelano che il desiderio di una pelle più chiara sembra non costituire una via di fuga dai processi storici e strutturali di emarginazione sociale né una strategia per eludere le pratiche di discriminazione razziale.

Emilia del Giudice

(Notiziario n. 104, novembre 2021, pp. 9-10)

Pagine di letteratura. Incontro con l’autore. “Vislumbres de España, Italia e Iberoamérica”.

Pagine di letteratura
Incontro con l’autore

Vislumbres de España, Italia e Iberoamérica

Il dizionario biografico dal titolo Vislumbres de España, Italia e Iberoamérica. Una constelación escogida de protagonistas de nuestra historia común nasce da un’idea di Ion de la Riva, già Consigliere Culturale dell’Ambasciata di Spagna in Italia, dalla scrittrice e filosofa Marifé Santiago Bolaños e dalla docente Beatriz Tejero, che ne è stata la curatrice.

L’opera, in due volumi, riunisce i contributi di celebri artisti, accademici, scrittori ed ispanisti che hanno, con il loro apporto disinteressato, reso possibile l’elaborazione delle voci del dizionario dedicate ai protagonisti del panorama italiano, spagnolo e latinoamericano.

Molte le istituzioni che hanno partecipato alla realizzazione del volume: AISIERI, AISPI, CNR, Embajadas en Roma de Chile, Colombia, Cuba, Ecuador, Perú e Uruguay, Fundación Formentor, Grupo Barceló, IILA, Instituto Cervantes, Scuola Statale Italiana di Madrid.

Il volume sarà presentato a cura di Patrizia Spinato giovedì 16 dicembre alle ore 18:00 presso l’Instituto Cervantes di Milano, da Pier Luigi Crovetto (Università di Genova) e da Maria Rosso (Università degli Studi di Milano). Introdurranno i direttori Teresa Iniesta (Instituto Cervantes di Milano) e Gaetano Sabatini (CNR ISEM); saranno presenti gli autori del CNR ISEM di Milano, Alessandra Cioppi, Emilia del Giudice, Patrizia Spinato e Marcello Verga dell’Università di Firenze.

L’incontro, presenziale, avverrà presso la sede di Milano dell’Instituto Cervantes, previa esibizione del super green pass e registrazione: Eventbrite

Sarà inoltre possibile seguire la presentazione attraverso i canali Facebook e YouTube dell’Instituto Cervantes di Milano: Páginas de literatura. Vislumbres de España, Italia e Iberoamérica