Alessandra Cioppi, “ATTIVITÀ DI DIREZIONE ISTITUTO DI STORIA DELL’EUROPA MEDITERRANEA”

ATTIVITÀ DI DIREZIONE
ISTITUTO DI STORIA DELL’EUROPA MEDITERRANEA

Alessandra Cioppi
(C.N.R. – I.S.E.M. – Università di Milano)

 

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         L’attività direzionale iniziata il 1° aprile 2019 e conclusasi il 30 giugno 2020 è riuscita a raggiungere gli obiettivi prefissati, nonostante l’emergenza epidemiologica abbia modificato l’approccio lavorativo nei mesi da marzo a giugno 2020.
Uno dei principali propositi è stato quello di potenziare il dialogo scientifico e la partecipazione di tutto il personale dell’Istituto alle attività di ricerca, coinvolgendo e creando una sinergia trasversale tra le diverse unità che lo compongono e valorizzando le competenze dell’ISEM attraverso l’attività dei singoli e dei gruppi che lavorano ai differenti progetti.
Per ottenere questo risultato si sono costituite ulteriori unità di lavoro mediante labmeeting e incontri scientifici e si sono avviati nuovi progetti di ricerca.
In particolare:
– è stata costituita la Sede dell’Isem di Milano come Sede Secondaria e la sua creazione, con Provvedimento n. 51 del 27.04.2020, ha determinato l’elaborazione di un nuovo Statuto dell’Istituto;
– è stato attivato e concluso un bando per un’Assegno di ricerca, profilo ricercatore III livello, per il Progetto Cnr-Isem/Mipaaf Migrazioni & Mediterraneo. Multihortis;
– è stato attivato e concluso un bando per un Assegno di ricerca, profilo ricercatore III livello, per il Progetto Regione Autonoma della Sardegna, L. 7/2007, Città tra mare e laguna. Aspetti archeologici, geologici, storici, insediativi e sociali;
– è stato attivato un bando per un ricercatore III livello a Tempo Determinato per il Progetto Cnr-Isem/Mipaaf, Urbes Rura. Forme, processi, mobilità urbano rurali nell’Europa mediterranea;
– è stato firmato il Progetto Cnr-Isem Urbes Rura. Forme, processi, mobilità urbano rurali nell’Europa mediterranea, in collaborazione e con il finanziamento del Ministero per le Politiche agricole, alimentari e forestali (PI Alessandra Cioppi);
– è stata firmata la partecipazione del Cnr-Isem al Progetto Pon IDEHA – Innovation for Data Elaboration in Heritage Areas;
– è stata firmata la partecipazione del Cnr-Isem al Progetto Internazionale Power, society and (dis)connectivity in Medieval Sardinia, in collaborazione con Lancaster University (UK) e Aarhus University (Danimarca); Continua a leggere “Alessandra Cioppi, “ATTIVITÀ DI DIREZIONE ISTITUTO DI STORIA DELL’EUROPA MEDITERRANEA””

Pablo Neruda, “Alla donna. Odi elementari e altre poesie”, a cura di Giovanni Battista De Cesare, Firenze, Passigli Editori, 2019, 152 pp.

Pablo Neruda, Alla donna. Odi elementari e altre poesie, a cura di Giovanni Battista De Cesare, Firenze, Passigli Editori, 2019, 152 pp.

           Per le cure di Giovanni Battista De Cesare, Professore emerito dell’Orientale di Napoli, e dedicata alla moglie Antonietta, è questa nuova preziosa antologia di poesie del Premio Nobel cileno, che attinge a raccolte diverse per focalizzarsi sulle onnipresenti, complementari figure femminili nerudiane: «No me gusta / el hombre / sin mujer, / ni la mujer / sin hombre» (p. 34).Neruda
Come ben sottolinea De Cesare nel saggio introduttivo, intitolato «L’amore il tempo la vita», rispetto al precedente volume Ode alla rosa, Neruda presenta qui un altro modello psicologico: «dialoga con i palpiti dell’amore, moti dell’io personale, interiore. Non tanto l’eros, l’amore degli amanti, quanto piuttosto l’amore dell’amante verso l’amata, l’amore come specchio dell’anima del poeta» (p. 5). L’amata risulta quindi destinataria grazie alla genuina passione dell’amante e al suo delicato inno umano ed esistenziale.
La donna di Neruda non è angelicata, è concreta, presente, ben individuabile nelle sue molteplici declinazioni: madre, matrigna, amante, sposa, lavandaia, giardiniera, sarta, dotata di mani, capelli, occhi, seni, piedi. Ognuno è chiamato a completarsi e a cercare la propria, irrinunciabile metà: «Yo quiero / que las vidas se integren / encendiendo los besos / hasta ahora apagados. / Yo soy el buen poeta / casamentero. / Tengo novias / para todos los hombres. / Todos los días veo / mujeres solitarias / que por ti me preguntan. / Te casaré, si quieres, / con la hermana de la sirena de las islas. / Por desgracia, no puedes / casarte con la reina, / porque me está esperando. / Se casará conmigo.» (p. 38).

Patrizia Spinato B.

(Notiziario n. 96, luglio 2020, p. 16)

 

Marcello Verga, “Alla morte del re. Sovranità e leggi di successione nell’Europa dei secoli XVII-XVIII”, Roma, Salerno Editrice, 2020, 180 pp.

Marcello Verga, Alla morte del re. Sovranità e leggi di successione nell’Europa dei secoli XVII-XVIII, Roma, Salerno Editrice, 2020, 180 pp.

        Nel presente volume pubblicato da Salerno Editrice all’interno della collana Piccoli saggi, le mutue rifrazioni tra teoria politica e giuridica, da un lato, e le vicende ad essa coeve, dall’altro, si riproducono nel fruttuoso dialogo interdisciplinare tra storiografia di argomento politico e storiografia sulle idee, capillarmente interconnesse quali momenti necessari di una ponderata e informata riflessione sulla storia delle istituzioni. Segnalazione Verga CopertinaNel contempo, il saggio di Marcello Verga esplicita il nesso logico che unisce, in un processo riconoscibile, la gestione privatistica e patrimoniale del potere di imperium –che marca lo stile di governo dei casati principeschi medievali e tardo medievali, sino agli albori della Prima età moderna– ed il costituzionalismo ottocentesco: tale nesso si materializza –laddove la sovranità si trasmette per via parentale, non diversamente dalla proprietà– nel vigore di una norma generale ed astratta che regola la successione, vincolando la volontà della stessa suprema fonte del diritto. Il re –consacrato, ‘unto’, ordinato da Dio, e nondimeno individuo caduco e transeunte– deve sottostare egli stesso a quella legge che della Corona (entità concreta e astratta assieme, ma di certo non caduca, né transeunte) tutela le prerogative, rispetto ai sudditi, e l’integrità territoriale, rispetto ai poteri esterni concorrenti.
L’analisi si concentra su un arco cronologico circoscritto e definito, poiché se è vero che la gran parte dei conflitti politico-militari della storia occidentale potrebbe essere letta attraverso il prisma del tema successorio, è solo tra la fine del Seicento ed i primi decenni del Settecento che l’approssimarsi della morte senza eredi dell’ultimo Asburgo di Spagna, una sconcertante teoria di guerre dinastiche (Guerre di Successione, appunto) e l’intensificarsi degli interventi legislativi positivi regolanti il passaggio dei poteri –talora nel segno della rottura rispetto al passato, e fu questo il caso della Spagna di Filippo V (1713) e della Francia di Luigi XIV (1714)– avviano quella riflessione teorica di portata europea sul rapporto tra decisione politica ed ereditarietà delle funzioni sovrane che coinvolgerà monarchi, ministri, filosofi e giuristi sino al cuore dell’Età dei Lumi. Per contro, il nuovo assetto degli equilibri italiani –col conseguente impianto nei regni di Sicilia e Napoli, nei ducati di Parma e Piacenza e nel Granducato di Toscana dei rami collaterali delle due dinastie in competizione, i Borboni e gli Asburgo-Lorena– impone ancora una volta ai popoli italiani la rinuncia a quei sovrani ‘naturali’ tanto rimpianti dal Muratori: dalla conseguente convivenza e compenetrazione di stili di governo e culture politiche differenti scaturiranno molti dei temi forti del cosiddetto ‘Settecento riformatore’.
Un punto di vista, questo, peraltro già definito dall’autore nella significativa «Premise» al volume The transition in Europe between XVIIth and XVIIIth centuries. Perspectives and case studies (a cura di Antonio Álvarez-Ossorio, Cinzia Cremonini, Elena Riva, Milano, Franco Angeli, 2017): «A considerable portion of educated and politically informed European Opinion», ha rilevato Verga, «carefully observed the developments of these decades. These involved the relationships between states […], but also international policy and changes to the titles needed to claim territorial sovereignity».
Una riflessione corale dunque, destinata ad incrociarsi, alimentandolo, con un peculiare «processo di “costituzionalizzazione” del rapporto tra casa regnante –a quest’epoca possiamo riferire il termine “dinastia”– e territorio; tra uno spazio, segnato, rinchiuso entro confini certi, e una casa regnante che coltiva un sentimento di appartenenza a quel territorio e al popolo che vi vive e che trova riscontro nella adesione a questi valori del popolo, dei suoi rappresentanti e, più in generale, dell’opinione colta e politicamente avvertita» (p. 158). Mentre le pretese espansionistiche ‘transnazionali’ dei monarchi si comprimono –anche in considerazione dei margini d’azione sempre più ristretti imposti, almeno nell’Europa centro-occidentale, da un sistema degli equilibri rigidamente regolato sino alle Guerre rivoluzionarie–, il dibattito sulla preminenza della normativa successoria (consuetudinaria o positiva che sia) rispetto all’arbitrio del singolo, e dunque rispetto alle ragioni della convenienza politica e della forza (o della debolezza) militare, implementa quello sul rapporto tra il sovrano ed i sudditi, centrale nel pensiero illuminista.
La battaglia di pamphlet ingaggiata dagli intellettuali al servizio delle potenze in lotta –a partire da Gottfried Wilhelm von Leibniz– e l’incontro-scontro tra variegate correnti di pensiero impongono all’attenzione dell’opinione pubblica quesiti di importanza capitale per la storia culturale europea, che l’autore ripropone quali temi e problemi affrontati da una solida e articolata argomentazione: «Aveva il sovrano piena disponibilità della corona? Poteva cambiare il “patto” tra sovrano e popolo, dal quale traeva origine il suo potere? Poteva disporre liberamente della corona, nel caso in cui alla sua morte si estinguesse la casa regnante? Non tornava, in questo caso, il potere di “eleggere” il nuovo sovrano a quel soggetto che si sapeva solo definire con il termine generico di “popolo” o di “nazione”?» (p. 109).
Quesiti che lasciano segni visibili, e non soltanto nella storia costituzionale europea, tali da riproporsi a distanza di molti decenni quale motivo di scontro anche armato (si pensi all’Ottocento spagnolo ed alle guerre carliste) e da agire profondamente sui sentimenti identitari delle popolazioni d’Europa, le quali costruiscono –letteralmente, e proprio passando per il rapporto privilegiato che lega il popolo alla stirpe regia– il senso esclusivo di appartenenza alla ‘nazione’, sempre più intesa in senso politico: un percorso, questo, che il talento critico dell’autore individua anche riflettendo sulla valenza aggregante assunta dagli inni dinastici, che proprio nel corso del Settecento divengono progressivamente inni nazionali.

Michele Rabà

(Notiziario n. 96, luglio 2020, pp. 15-16)

 

“«Tuitio fidei et obsequium pauperum». Studi in onore di Fra’ Giovanni Scarabelli per i cinquant’anni di sacredozio”, a cura di Lorenzo Benedetti, Bianca Maria Cecchini, Marco Gemignani, Tommaso Maria Rossi, Viareggio, Edizioni La Villa, 2019

«Tuitio fidei et obsequium pauperum». Studi in onore di Fra’ Giovanni Scarabelli per i cinquant’anni di sacredozio, a cura di Lorenzo Benedetti, Bianca Maria Cecchini, Marco Gemignani, Tommaso Maria Rossi, Viareggio, Edizioni La Villa, 2019, 410 pp.

     Il presente volume dedicato a Monsignor Giovanni Scarabelli da allievi e amici raccoglie venti contributi divisi in tre sezioni, corrispondenti ai filoni di studi cui il sacerdote, storico rinomato, ha dedicato decenni di intensa e fruttuosa ricerca.Segnalazione Benedetti et alii copertina
Tema centrale della prima sezione è la storia degli ordini religiosi cavallereschi, vera lente di ingrandimento sulla società cristiana medievale e moderna, all’interno della quale la congregazione degli Ospitalieri di San Giovanni mantiene un’indiscutibile rilevanza sotto il profilo politico, economico, militare e culturale, distinguendosi anche per l’impegno assistenziale e nella cura dei malati, oltre che per il ruolo di cerniera e ponte tra i ceti nobiliari d’Europa.
Sui ragguardevoli progressi raggiunti dagli Ospitalieri nella cura della lebbra tra tardo Medioevo e Prima età moderna –specialmente nelle ‘infermerie’ di Rodi, prima, e di Malta, poi– si sofferma il contributo di Gino Fornaciari e Antonio Fornaciari, «L’Ordine degli Ospitalieri e la cura della lebbra nel Medioevo». Una medicina avanzata, dunque, quella praticata dai frati e cavalieri, capace di mettere a servizio di malati e feriti di guerra anche le profonde conoscenze accumulate nella scienza farmaceutica, oggetto dell’intervento di Paolo Emilio Tomei, «I medicamenti a bordo dei vascelli dell’Ordine di Malta agli inizi del Settecento: la nave San Giovanni». Luigi Ingaliso tratteggia un suggestivo affresco del mondo intellettuale e scientifico che gravitava attorno ai cavalieri di San Giovanni, con particolare riferimento all’esperienza ‘maltese’ del matematico e studioso di ingegneria militare Giacomo Masò («L’insegnamento delle matematiche di Giacomo Masò ai cavalieri di Malta: dai Problemi al Corso matematico»).
Ben tre contributi di questa prima sezione si focalizzano su altrettanti fenomeni implementati dalla guerra di corsa nel Mediterraneo della Prima età moderna. Il saggio di Marco Lenci («La dura prigionia barbaresca di tre cavalieri di Malta») prende in esame le drammatiche vicissitudini del pisano Francesco Lanfreducci, del pistoiese Pompeo Rospigliosi e del lucchese Biagio Niccolò Balbani, tre cavalieri dell’Ordine catturati dai corsari ottomano-barbareschi, rispettivamente, nel 1565, nel 1606 e nel 1707, e divenuti di conseguenza ‘schiavi da riscatto’. Nell’intervento di Filippo Ruschi («L’ideale di crociata nella formazione dello stato moderno: il caso della Toscana medicea») l’impegno mediceo nel confronto navale con le Reggenze barbaresche e con la Sublime Porta ottomana viene preso in esame quale motore di complesse dinamiche istituzionali: è proprio un assai oneroso sforzo bellico permanente (volto sia all’offesa, sia alla difesa) ad imporre anche ad un’entità statuale autocratica e notevolmente accentrata per l’epoca –la Toscana di Cosimo I– la delega delle funzioni gestionali, e in parte direttive, della res bellica all’Ordine di Santo Stefano, ossia ad una comunità di guerrieri e religiosi dotata di personalità giuridica e soprattutto di ampie autonomie rispetto all’apparato burocratico ducale. Anche il saggio di Marco Gemignani –dedicato a «Le Marine degli Ordini di San Giovanni e di Santo Stefano e la loro prima convenzione per operare congiuntamente»– si misura con un tema controverso nella letteratura modernistica di argomento militare, ossia le criticità operative nelle alleanze tra potenze sovrane, tali da rendere indispensabili accordi minuziosi circa gli obblighi reciproci, tanto in merito alle regole di ingaggio, quanto soprattutto in merito alle modalità di spartizione del bottino di guerra.
Conclude la prima parte del volume l’intervento di Gioacchino Quadri di Cardano («A proposito del Ritratto di generale spagnolo di Giovanni Boldini: appunti genealogici su una nobile famiglia genovese») sul casato ligure degli Assereto, nobile famiglia di avventurieri in costante movimento tra la sponda americana e quella europea del Mare Oceano, alla ricerca di quelle prospettive di arricchimento e di implemento del potere garantite da uno spazio atlantico sempre più facilmente percorribile (tra il Settecento e l’Ottocento), e dunque sempre più integrato.
Pure di grande interesse sono i saggi raccolti nella seconda e terza sezione, dedicate rispettivamente alla Storia religiosa dell’Oriente cristiano ed a Storia, archivi e studi borbonici. All’interno di quest’ultima, l’informato e articolato intervento di Lorenzo Benedetti («L’archeologia come scienza ausiliaria della Storia. Verso l’elaborazione di un nuovo canone») riflette su una possibile definizione concettuale delle scienze storico-documentarie (dette anche storico-ausiliarie), un tema tanto trascurato quanto centrale per i futuri sviluppi della formazione alla ricerca storico-scientifica, sempre più orientata ad aggiornare gli strumenti cognitivi tradizionali, elaborando complesse metodologie multidisciplinari.

Michele Rabà

(Notiziario n. 96, luglio 2020, pp. 13-14)

 

 

Salvatore Bono, “Guerre corsare nel Mediterraneo. Una storia di incursioni, arrembaggi, razzie”, Bologna, il Mulino, 2019

Salvatore Bono, Guerre corsare nel Mediterraneo. Una storia di incursioni, arrembaggi, razzie, Bologna, il Mulino, 2019, 303 pp.

La competizione politica, ideologica e militare tra gli imperi mediterranei agli albori della Prima età moderna ha alimentato in tempi recenti un ricco filone di ricerca e di studi, capace di sviluppare temi e problemi sollevati dalla storiografia scientifica sin dalla prima metà del secolo passato, oltre che di intercettare l’interesse del grande pubblico per il confronto (e lo scontro) tra Cristianità e Islam. Segnalazione Bono CopertinaIl presente volume di Salvatore Bono si aggiunge ad una lunga teoria di opere storiografiche fruibili da parte dei lettori non specialisti e, nel contempo, di indiscutibile rigore e spessore scientifico: da Lepanto. La battaglia dei tre imperi di Alessandro Barbero (Roma-Bari, Laterza, 2010) e Il Turco a Vienna. Storia del grande assedio del 1683 di Franco Cardini (Roma-Bari, Laterza, 2011), sino a Guerra santa contro i Turchi. La crociata impossibile di Carlo V di Marco Pellegrini (Bologna, il Mulino, 2015).
Sin dalla «Prefazione» –ed attraverso il dipanarsi di una coerente e documentata esposizione– l’autore esplicita il nesso cogente tra i temi più urgenti dell’attualità ed i quesiti posti ad una ricca documentazione d’archivio, oltre che ad una solida bibliografia: se l’Occidente ha conservato delle guerre corsare mediterranee una memoria «di parte» –che assolve i potentati rivieraschi cristiani, attribuendo a quelli musulmani il ruolo esclusivo di aggressori–, risulta evidentemente come «la conoscenza e la valutazione delle vicende storiche possano contribuire a determinare e modificare le opinioni della società sulla realtà del presente» (p. 9).
Da questi intenti scaturisce una prospettiva ragionata e convincente sulla guerra di corsa, quale fenomeno di lunghissima durata strettamente connesso agli assetti politici ed economici dello spazio mediterraneo in ogni tempo –una vera e propria «usanza del mare» (p. 26)–, a prescindere dunque dalla polarizzazione ideologica conseguente alla conquista islamica della riva meridionale e orientale del mare di mezzo. Non a caso l’ampio arco cronologico considerato (dal tardo Quattrocento sino al Congresso di Vienna) ricomprende la fase più nota della parabola corsara –che si intreccia e sovrappone alla contrapposizione tra opposti ‘imperialismi’ (secondo l’efficace scelta terminologica di Paolo Preto), veneziano, aragonese, asburgico ed ottomano–, ma anche quella successiva, nella quale la corsa perde il suo valore militare di supporto strategico alle guerre di logoramento dei grandi imperi, per mantenere quello economico di attività funzionale alla redistribuzione della ricchezza tra l’Europa, ormai inserita nelle grandi direttrici oceaniche degli scambi di merci, e le sponde meridionali e orientali del Mediterraneo, che viceversa nel complesso stentano ad assumere un ruolo attivo e propositivo nel circuito del commercio globale.
Grazie ad un proficuo dialogo con gli studi scientifici più aggiornati sul tema, inclusi quelli prodotti nel mondo musulmano, Bono colloca le grandi scorrerie marittime cristiane e musulmane del Cinquecento in un contesto geopolitico, culturale e sociale che di certo non esclude il movente religioso. Movente che nondimeno occorre rapportare alla competizione ingenerata dall’aggressività castigliana (a partire dalla conquista di Granada nel 1492) e dalle concorrenti ambizioni mediterranee dei sultani ottomani inaugurate dalla conquista dell’Egitto mammelucco (1517). Né appare trascurabile l’apporto (in termini di risorse umane e cognitive) fornito alla guerra di corsa promossa dalle reggenze barbaresche di Tunisi, Algeri e Tripoli da un considerevole numero di europei disposti a convertirsi all’Islam, attratti dalle prospettive di arricchimento e di carriera che offriva il mondo musulmano, all’epoca decisamente più aperto e tollerante di quello cristiano e di certo contraddistinto da un maggiore mobilità sociale. Si aggiunga che le operazioni militari delle grandi potenze, la contrapposizione religiosa ed una reale reciproca ostilità –alimentata dai saccheggi, dai danni periodicamente inflitti a persone e beni e dalle sofferenze di decine di migliaia di schiavi catturati e venduti da entrambe le parti– convissero con quel mai interrotto scambio pacifico di idee, saperi, informazioni e merci tra le due sponde del mare di mezzo che doveva lasciare tracce profonde nella cultura europea.

Michele Rabà

(Notiziario n. 96, luglio 2020, pp. 12-13)

 

Carles Cortés Orts, “La huella del exilio en la narrativa de Xavier Benguerel (Francia 1939, Chile 1940-1952)”, Prólogo de Manuel Aznar Soler, Alicante, Cuadernos de América sin nombre, 2017

Carles Cortés Orts, La huella del exilio en la narrativa de Xavier Benguerel (Francia 1939, Chile 1940-1952), Prólogo de Manuel Aznar Soler, Alicante, Cuadernos de América sin nombre, 2017, 214 pp.

     Carles Cortés, docente di letteratura catalana contemporanea presso l’Università di Alicante e specialista di letteratura dell’esilio ed in particolare di Xavier Benguerel (Barcellona, 1905-1990), consegna nella presente monografia uno studio a tutto tondo sull’influenza che la condizione di esiliato a Santiago del Cile lasciò nell’opera dello scrittore catalano.Cortés
Pur trattandosi di un episodio personale, in seguito alla sconfitta repubblicana nella Guerra civile spagnola, esso segnò profondamente una generazione di scrittori che dal 1939 furono costretti a lasciare la propria patria e a chiedere asilo in altri paesi. Nel caso specifico di Benguerel, i nuovi spazi che lo accolsero sono scarsamente riconoscibili all’interno della sua opera narrativa, sempre rigorosamente in catalano; ma i ritratti psicologici dei personaggi coevi o successivi all’esperienza dell’esilio (1939-1953) riflettono chiaramente sentimenti di dolore, di desolazione, di sradicamento e di rassegnazione.
Il volume è suddiviso in tre sezioni principali: le origini dello scrittore, con i primi testi ed i racconti brevi della guerra; l’esilio e le sue conseguenze, con il contesto e il recupero dell’attività letteraria attraverso la narrativa breve per poi spostarsi tra testimonianza e romanzo; infine, le tracce dell’esilio nella narrativa del dopoguerra, tra Francia, Cile e Catalogna (Els fugitius, Els vençuts, Llibre del retorn).
Conclude lo studioso: «Los sentimientos provocados por el episodio vivido, con las nuevas realidades conocidas, motivaron la construcción de los personajes de su etapa de madurez como escritor. Una base real para las historias literaturizadas donde […] la realidad siempre supera la ficción. Este es el auténtico valor de su obra, la de un escritor de Barcelona que fue testigo de su época y de las difíciles condiciones que se concretaron» (p. 207). L’esilio funge pertanto da parentesi vitale per recuperare le forze e per sviluppare con piena maturità la sua carriera letteraria.

Patrizia Spinato B.

(Notiziario n. 96, luglio 2020, pp. 11-12)

 

“Iberoromania”, n. 91, 2020.

Iberoromania, n. 91, 2020, 173 pp.

      Come si evince rapidamente dalla lettura dei titoli dei contributi pubblicati, il numero 91 di Iberoromania è in realtà un monografico, come chiarisce Robert Folger nell’editoriale, dal titolo Contacto y migración. Desafíos metodológicos en la sociolingüística hispánica actual, a cura di Yvette Bürki (Università di Berna)Iberoromania 91 e da Caroline Patzelt (Università di Brema).
Il tema è di grande attualità in un campo di ricerca ben identificato, ma invita a riconsiderare i concetti della linguistica di contatto e della sociolinguistica tradizionale. Infatti il presente volume offre alcune risposte alle sfide metodologiche che implica il riorientamento proposto dalla scuola linguistica tedesca: «Reúne contribuciones que proponen, a través de la incorporación de las herramientas de la etnografía, de la lingüística antropológica, y del análisis del discurso, nuevas maneras de la recolección e interpretación de datos en situaciones de contacto como resultado de la migración» (p. 1).
Di seguito alla sezione introduttiva, firmata dalle due curatrici, Adriana Patiño-Santos e Santiago Sánchez Moreano studiano l’interazione dalla prospettiva della sociolinguistica etnografica, mettendo in relazione le pratiche comunicative con le condizioni di vita in situazioni migratorie. Marleen Haboud e Jennifer Leeman trattano la metodologia della raccolta dei dati dalla prospettiva della sociolinguistica critica. María Clara von Essen esplora le implicazioni sociolinguistiche del contatto tra lo spagnolo di Buenos Aires e quello di Malaga. Víctor Fernández-Mallat presenta uno studio sociolinguistico del paesaggio linguistico, proposta interdisciplinare che mette in relazione i dati linguistici dello spazio urbano con i fattori extralinguistici.
Chiudono il numero tre recensioni di saggistica, intorno ai volumi di Marvin A. Lewis, Enrique Encabo e Folke Gernert, rispettivamente a firma di Julia Borst, Antje Dreyer e Juan Pablo Mauricio García Álvarez.

Patrizia Spinato B.

(Notiziario n. 96, luglio 2020, p. 11)

 

“América Crítica”, n. 1, 2020

América Crítica, n. 1, 2020, 73 pp., https://ojs.unica.it/index.php/cisap/index.

    América Crítica è una rivista di caratura internazionale consultabile agilmente in modalità open-access. Viene pubblicata due volte l’anno dal Centro Interdipartimentale di Studi sull’America Pluriversale, situato presso l’Università di Cagliari. La sua impostazione scientifica è multidisciplinare ed è intenta ad analizzare le divamerica criticaerse realtà socio-culturali d’oltreoceano, accogliendo contributi in vari idiomi: francese, inglese, italiano, portoghese, spagnolo. Sono favoriti anche scritti redatti da registri non appartenenti alle lingue veicolari.
Il primo contributo è stato proposto da Raffaella Malandrino, afferente all’Università di Catania e di Ragusa, inerente «agli studi americani e alle letterature della diaspora indiana». La studiosa evidenzia la complessa interazione culturale tra Stati Uniti e i principali paesi dell’Asia, quali l’India ed il Pakistan, tra gli anni ’60 ed il periodo a noi più attuale. Sono infine riportate alcune riflessioni dei più importanti scrittori di queste nazioni recentemente decolonizzate: Amitav Ghosh, Bharati Mukherjee, Jhumpa Lahiri.
Djibril Mbaye proviene dall’Università Anta Diop, situata a Dakar, la capitale del Senegal. Analizza «i motivi e gli effetti della partecipazione degli afroamericani cubani alle lotte per l’emancipazione dell’Africa». La trattazione parte dal rovesciamento di Fulgencio Batista e si sofferma sugli ideali promessi da Ernesto Che Guevara e da Fidel Castro sull’isola caraibica nel 1959. Terminato l’incipit insulare, sono elencate le motivazioni per cui numerosi sudamericani si sono battuti per l’autodeterminazione del continente nero nei due decenni successivi. Oltre alla disamina delle realtà africane francofone come il Senegal, l’autore ha studiato anche espressioni molto distanti da quelle latinoamericane, come ad esempio il Congo, dominato dai belgi.
Florencia Tola, ricercatrice dell’Istituto di Scienze Antropologiche del CONICET, e Celeste Medrano, strutturato presso l’Università di Buenos Aires, hanno dissertato sulle «ontologie e sulla terminologia multi composta delle popolazioni Toba risiedenti nei canyon Chaco in Argentina». I due studiosi, dopo aver affrontato le vicende storiche della colonizzazione spagnola, si sono posti in una modalità ‘etica’, che valorizza l’alterità e la tutela dell’identità autoctona, dimostrando come i potentati del passato o le varie agenzie economiche contemporanee non abbiano salvaguardato quel patrimonio linguistico.
Anche Antonio di Campli, appartenente al Politecnico di Torino, ha affrontato un argomento simile, anche se sotto l’aspetto più logistico ed urbanistico. Parlando della «concettualizzazione della frontiera amazzonica», lo studioso smentisce una certa vulgata classica, specialmente quella più progressista, che vedrebbe questi territori d’oltre confine raffigurati come estremamente fragili e trafugati dopo una massiccia industrializzazione. In realtà presso quelle zone, già prima dell’arrivo degli europei, vigevano società molto avanzate sia sotto l’aspetto abitativo che nell’ambito commerciale.
Per concludere l’argomento dei nativi, la rivista ci propone la ricostruzione di Raquel Alfaro dell’università statunitense di Rochester, riguardo ad aspetti un po’ leggendari dei «tre miti amazzonici di Ino Moxo». La disamina si concentra inizialmente sulla scoperta di questo angolo inesplorato ed all’apparenza magico. In seguito, l’etnologa illustra alcuni concetti filosofici e mitici legati alla tradizione sciamanica di certi villaggi situati tra le profondità delle foreste. Una delle parole-chiave è stata ‘resistenza culturale’, considerata dall’ottica delle popolazioni locali che hanno assistito alla distruzione di un’esistenza millenaria.
L’unico saggio che invece non si sofferma sui diritti delle genti conquistate è stato proposto da Adriana Alcaraz Marin e da José Carlos Vázquez Parra, rispettivamente operanti presso il Centro Universitario del Sur ed il Campo Tecnologico di Guadalajara, in Messico. Essi analizzano «la persistenza delle barriere che non permettono alle donne in America Latina, di accedere al mondo del lavoro». La disamina è molto accurata e si sofferma ormai sui noti fattori sociali o pregiudiziali che non permettono ad una giovane di accedere al mercato del lavoro. Secondo le loro ricerche, rappresentano un’esiguità le donne che risiedono nei board aziendali o che ricoprono funzioni manageriali nelle multinazionali. Inoltre, in Messico, le funzionarie dello Stato ammontano a poco più dell’un per cento dell’intera direzione amministrativa. Vi è, inoltre, un profondo ed accentuato rammarico, che alle elezioni generali del 2018 nessuna candidata abbia avuto alcuna opportunità di essere eletta Presidente, abbattendo così definitivamente il «soffitto di cristallo». Questi sociologi ammettono che la situazione di disparità di genere è grave anche in altri paesi più floridi, come ad esempio l’accogliente ed europeista Spagna. Un contributo per rendere sostanziale l’eguaglianza è stato varato dalle Nazioni Unite. Il piano, finalizzato ai Paesi dell’America latina, è denominato Programa de las Naciones Unidas para el Desarrollo (PNUD). Una delle finalità strategiche è la fornitura di una qualificata istruzione e formazione alle future cittadine, specialmente nei territori che stanno ancora emergendo economicamente.
Sempre sullo stesso numero va segnalata la brillante, ma sarcastica e vernacolare poesia di Jorge Alejandro Ccoyllurpuma, in cui sono abbinate stravaganti corrispondenze protocollari tra le due città principali del regno Inca, Cusco e Cuenca, susseguite fantasiosamente da certe storture insite nella società contemporanea, provocate da una globalizzazione aggressiva.
La lettura di questo importante strumento permetterà ad un pubblico curioso di conseguire una visione più critica e non istituzionale di importanti accadimenti avvenuti in paesi così lontani, sovente raccontati solo dalle testimonianze o dai resoconti dei vincitori.

Roberto Riva

(Notiziario n. 96, luglio  2020, pp. 9-11)

 

“Revista Iberoamericana”, n. 269, octubre-diciembre 2019

Revista Iberoamericana, n. 269, octubre-diciembre 2019, 1141-1391 pp.

    269Il numero 269 della Revista Iberoamericana, organo ufficiale dell’Instituto Internacional de Literatura Iberoamericana dell’Università di Pittsburgh, è interamente dedicato alla narrativa di Leonardo Padura, oggetto di una sessione organizzata all’interno del congresso dell’IILI del 2014, che ha motivato la raccolta di una serie piú ampia di contributi di studiosi internazionali, non necessariamente presenti al convegno messicano.
Il monografico ha per titolo Leonardo Padura y la poética de una nueva escritura política ed è coordinato da Ana María Amar Sánchez, della University of California-Irvine, e da Claudia Hammerschmidt, della Friedrich-Schiller-Universität Jena. I dieci interventi critici che lo compongono, seppur strettamente vincolati, declinano altrettanti punti di vista e si presentano divisi in due parti, secondo la prospettiva epistemologica dominante: una prima, «La política en tensión: estética y ética», raccoglie i saggi di Lourdes Dávila, Carlos van Tongeren, Ana María Amar, Claudia Hammerschmidt, María Pizarro Prada, che rendono conto dei meccanismi letterari di Padura. Una seconda, «La literatura en tensión: política e historia», raccoglie gli studi di Jonathan Dettman, Rafael Rojas, José Martínez Rubio, Jennifer Duprey, Ángel Esteban, che interessano aspetti storico sociali piú generali.
A precedere le undici, approfondite recensioni, due necrologi di cari amici del nostro gruppo di ricerca. Sarah Mojica ricorda Gloria Guardia de Alfaro (1940-2019), scomparsa a Bogotà, dove risiedeva con il marito. Oltre a tratteggiare il profilo biografico e bibliografico della scrittrice panamense, Mojica ricorda i ruoli prestigiosi da lei ricoperti nelle accademie della lingua spagnola, colombiana, nicaraguese e panamense, nonché accanto a Homero Aridjis nel PEN International nella promozione degli scrittori di lingua spagnola. Di Gloria Guardia mi piace ricordare la lunga amicizia con Giuseppe Bellini e con il nostro gruppo di ricerca, la cordialità con cui mi aveva avvicinata a Poitiers, la sua generosità e solarità. Thomas Ward, a sua volta, traccia un profilo di Eugenio Chang-Rodríguez (1924-2019), illustre studioso peruviano che, in virtú della stima e del sodalizio umano che ci legava, abbiamo ricordato sul numero 91 di questo bollettino.

Patrizia Spinato B.

(Notiziario n. 96, luglio 2020, p. 9)

 

 

“Cuadernos Hispanoamericanos”, n. 815, 2018, pp. 160; n. 816, 2018, 184 pp.

Cuadernos Hispanoamericanos, n. 815, 2018, pp. 160; n. 816, 2018, 184 pp.

      La rivista madrilena, fondata nel 1948, è edita dal Ministerio de Asuntos Exteriores y de Cooperación (MAEC) e dall’Agencia Española de Cooperación Internacional para el Desarrollo (AECID); la direzione è affidata alle abili cure di Juan Malpartida.815
Il numero 815, nella sezione Dossier dal titolo Carlos Saura mirada plural a cura di Antonio Fernández Ferrer, offre suggerimenti alla riflessione sull’intensa e costante produzione artistica di Carlos Saura che, a partire dalla metà del secolo scorso, ha diretto più di quaranta pellicole cinematografiche. Ha inoltre ricevuto nel corso degli anni molteplici riconoscimenti: dalle candidature alla Palma d’oro del Festival di Cannes (I monelli, Anna e i lupi, Cría cuervos, Elisa, vita mia, Gli occhi bendati, Carmen Story, A peso d’oro), al premio della British Academy Film Awards per Carmen Story, miglior film non in lingua inglese, solo per citarne alcuni. Una vita dedicata altresì alla fotografia e alla letteratura, che Saura propone tra l’altro come titolo del suo intervento «Fotografía y literatura», nel quale chiarisce quanto la scrittura e la cinematografia siano arti essenziali a supporto delle immagini che ciascuno di noi archivia nelle mente: «escribimos porque hablamos, por lo que recordamos, por el susurro de los pensamientos» (p. 31).
I successivi contributi offerti nella sezione affrontano con originalità e con puntuale analisi i diversi ma interconnessi interessi artistici del regista: Jean-Claude Garrière interviene con «Carlos, único»; Antonio Fernández Ferrier presenta l’intervista dal titolo «Presencias de Ausencias. Conversación con Carlos Saura»; segue Róman Gubern con «Carlos Saura o La versatilidad ejemplar». Prosegue Manuel Gutiérrez Aragón con il contributo dal titolo «Presencias de Carlos Saura» sull’inimitabile tecnica fotografica del regista spagnolo: «Cada vez que veo una foto de Saura, siempre penso en lo que fue y en lo que sigue siendo» (p. 43). Augustín Sánchez Vidal, con il saggio dal titolo «Parpadeos», indaga sul romanzo Ausencias, in cui l’autore gioca con le immagini, la follia, il crimine e l’amore, riproducendo atmosfere oniriche e ritraendo personaggi peculiari. Concludono gli interventi di Manuel Hidalgo («La literatura y lo literario en Carlos Saura»), di Enric Bou («La mirada de Saura. Fotografia, cine, palabra, ilustración») e di Carlos Reviriego («La espiral sauriana»), che definiscono argutamente la poliedrica attività di un artista di grande forza e talento.
La sezione Mesa revuelta propone una meditazione di Antoni García Porta su «El poeta Tono Masoliver» e un’intervista di Carmen de Eusebio dal titolo «Diálogo con José Vidal Valincourt».
La mentira y sus máscaras è invece il titolo del Dossier del numero 816 curatocuadernos ispanoamericanos 816 da José Lasaga sul tema della menzogna, che nella storia dell’umanità ha sempre interferito sulla verità. Il saggio di apertura, dello stesso Lasaga, dal titolo «De la duda a la posverdad. Breve historia de los infortunios de la verdad en los tiempos modernos», è diviso in quattro sezioni ed esplora, attraverso le analisi del pensiero di filosofi quali Kant, Rousseau, Schopenhauer, Nietzsche, Freud, i concetti di falsificazione della realtà, delle apparenze, dell’ingiustizia, delle disuguaglianze tra i paesi nel mondo, per concludere con una riflessione sull’attuale civiltà, figlia degli errori del passato. Segue un articolo, a firma di autori vari, che raccoglie considerazioni su «La mentira moderna. Antología sobre las dificultades inherentes a la condición humana para alcanzar la verdad», nel quale vengono approfondite tematiche riguardanti la nascita dell’età moderna, la sua crisi e la società attuale.
Il saggio di José María Herrera verte sull’uso della menzogna nella storia dell’umanità e della corruzione che, senza interruzioni temporali, è sempre esistita. L’autore, concludendo, scrive:«Las masas son capaces de creer en todo. La única condición es que halaguen sus pasiones. No hay que ser veraz, ni siquiera verosímil, basta con repetir insistentemente un mensaje, por absurdo que sea. Es la gran aportación teórica de Goebbels, el san Juan Bautista de la posverdad» (p. 66). La sezione termina con l’intervento di Félix Ovejero con uno studio dal titolo «El nacionalismo catalán: de las mentiras de la política a la política de las mentiras» che si sofferma, tra l’altro, sulla propensione a credere e ad erigere la nostra identità sulla finzione per evitare di affrontare «realidades ingratas que nos emplazan a decisiones dolorosas» (p. 67).
Segue la sezione Entrevista, dove Carmen de Eusebio incontra Patricio Bon, giovane scrittore e critico letterario, premiato in numerose occasioni, tra l’altro con il «Premio Juan Rulfo de Relato» nel 2014. Chiude, come di consueto, le sezione Mesa revuelta, con gli interventi di Malva Flores («El vicio de leer cartas ajenas»), di Ernesto Pérez Zúñiga («Pasar a otro estado. Una crónica colombiana»), di Santos Sanz Villanueva («Ory cuentista, recobrado») e di Juan Arnau («La magia de la interioridad»).

Emilia del Giudice

(Notiziario n. 96, luglio 2020, pp. 7-8)