Pagine di letteratura: Jaime José Martínez Martín, “Silva de poesía”

All’interno del ciclo “Pagine di letteratura”, ideato e diretto da Patrizia Spinato, con il coordinamento di Emilia del Giudice, mercoledì 20 gennaio si inaugurerà la sezione intitolata “Incontro con l’autore”.Protagonista dell’appuntamento sarà Jaime José Martínez Martín, per lunghi anni docente presso l’Università degli Studi e l’Università Cattolica di Milano e attualmente Professore associato del Dipartimento di Letteratura Spagnola e Teoria della Letteratura della UNED di Madrid.

Il Prof. Martínez è uno dei principali specialisti dell’opera di Eugenio de Salazar, sul quale nel corso della sua carriera di studioso ha scritto importanti articoli e monografie. Jaime Martínez presenta in quest’occasione l’edizione completa della “Silva de poesía”, pubblicata nel 2019 a Città del Messico dal Frente de Afirmación Hispanista, A.C.

Il ciclo sarà presentato da Gaetano Sabatini, Direttore del CNR-ISEM e Professore Ordinario di Storia Economica presso l’Università degli Studi Roma Tre. Introdurrà il volume Antonio Lorente Medina, Professore Ordinario di Letteratura Ispanoamericana presso la UNED di Madrid. Patrizia Spinato, Responsabile della Sede CNR ISEM presso l’Università di Milano, coordinerà l’incontro.

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“Rivista Zibaldone. Estudios italianos”, nn. 1-2, 2020

Rivista Zibaldone. Estudios italianos, nn. 1-2, 2020, 209 pp., http://www.zibaldone.es.

Nell’ambito delle relazioni culturali tra Italia e Spagna, segnaliamo la preziosa pubblicazione semestrale dell’Associazione Culturale Zibaldone, il cui obiettivo è la diffusione della cultura italiana e delle connessioni tra la cultura italiana, spagnola e ispano-americana nei paesi di lingua spagnola.

La rivista elettronica, edita a Valenza, Spagna, con cadenza semestrale, è diretta da Juan Pérez Andrés e si propone di pubblicare studi di carattere accademico e divulgativo che abbiano come oggetto la storia, la letteratura, l’arte, la filosofia italiana. Tra i fondatori ricordiamo, oltre allo stesso Juan Pérez Andrés, Paolino Nappi, María Antonia Blat Mir, Massimiliano Vellini, Berta González Saavedra e Juan Francisco Reyes Monter. Ci fa piacere segnalare che il lavoro svolto dalla casa editrice Zibaldone ha vinto nel 2019 il Premio Nazionale della Traduzione assegnato dal MiBAC, il Ministero della Cultura Italiano.

Il titolo scelto per il monografico, «Semplicemente Sicilia!», è proposto in ricordo del memorabile film di Jean-Marie Straub e di Danièle Huillet, ispirato al capolavoro di Vittorini Conversazione in Sicilia; il punto esclamativo appare come un chiaro invito al viaggio verso e intorno all’isola-mondo, crocevia di popoli e di civiltà, centro di diffusione della diaspora italiana e, più recentemente, terra di arrivo e di accoglienza alla periferia dell’Europa. Letteratura, cinema, teatro, storia, antropologia, ecc. hanno attirato nell’antica ‘Trinacria’ viaggiatori e interpreti di ogni latitudine e hanno offerto alla cultura internazionale generazioni di scrittori, artisti e intellettuali.

Paolino Nappi evidenzia nell’introduzione che «questo dossier rende omaggio alla ricchezza di questa terra, e al contempo lancia una nuova occasione di dialogo tra una sponda e l’altra del Mediterraneo, senza imporre confini disciplinari o tematici. Semplicemente: Sicilia!».

Sulla presenza di numerosi popoli che hanno contribuito a forgiare il carattere siciliano è l’articolo di Berta Gonzalez Saavedra, («Sicilia en la Antigüedad. El surgimiento de un mito»); mentre sulla figura di Cristóbal Escobar, umanista andaluso che ha trascorso la maggior parte della sua vita in Sicilia, interviene Juan Francisco Reyes Montero, («Un andaluz escribiendo sobre la historia de Sicilia: el ‘De Syracusanorum stratagemmatis’ de Cristóbal Escobar»).

Lo studio di Francesca D’Angelo, («La Sicilia y los sicilianos en la obra Epistole et Orationes quedam Cataldi Siculi de Cataldo Parisio Sículo»), propone un analisi e un commento ad una selezione di 16 lettere che fanno parte dell’opera dell’umanista siciliano. L’intervento di Domenica Elisa Cicala, («Escritores sicilianos y cine. Algunas notas, especialmente sobre ‘El Gatopardo’»), si sofferma in particolare su alcune caratteristiche della rappresentazione cinematografica della Sicilia nel celebre film diretto da Luchino Visconti nel 1963 e trasposizione dell’omonimo romanzo storico di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Tra nostalgia del passato e incapacità di affrontare il presente è l’intervento di Biagio Coco, «L’imperitura giovinezza in Vitaliano Brancati», mentre Marco Pioli, «La Sicilia spagnola di Leonardo Sciascia», riflette sulla cultura spagnola che tanto si è imposta nella formazione intellettuale di Leonardo Sciascia fino a diventare per l’autore uno «specchio attraverso cui poter rileggere le proprie origini siciliane» (p. 94). Seguono gli studi di Franco Zangrilli, «Bonaviri e la poetica della riscrittura», con l’analisi di alcuni testi dello scrittore siciliano Giuseppe Bonaviri; di Marina Sanfilippo («Elisabetta Sanfratello da Vallelunga: la fulminante simplicitas di una narratrice»), che esamina la poetica di una narratrice orale siciliana, analfabeta, di straordinaria lucidità; segue Alberto Pellegatta, «Lucio Piccolo e la polifonia», che introduce la poetica di un grande autore del Novecento e Simone Soriani («La lingua del corpo. Il teatro di Davide Enia»), che ripercorre la carriera e la produzione di uno degli autori-attori più significativi del cosiddetto “teatro di narrazione”.

E. del Giudice

(Notiziario n. 98, novembre 2020, pp. 11-12)

“Boletín CeMaB”, n. 15, enero-junio 2020 (Alicante).

Boletín CeMaB, n. 15, enero-junio 2020 (Alicante), 40 pp., https://web.ua.es/es/centrobenedetti/documentos/boletin-cemab/boletin-15cas.pdf.

L’instancabile attività del gruppo alicantino offre in questo numero uno sguardo agli appuntamenti del primo semestre del 2020, anno particolarmente denso di incontri per il centenario della nascita di Mario Benedetti e che inevitabilmente sarà ricordato come «el año de lo impensable para la humanidad, la terrible pandemia» (p. 2). Molte delle iniziative e delle conferenze programmate sono state cancellate, modificate o sostituite da altre per far fronte alle circostanze impreviste di questo frangente senza per questo abbandonare le celebrazioni, trasferite in nuovi contesti, così da proseguire a rendere onore alla grande opera di Benedetti.

Tra le numerose attività avviate nel periodo della quarantena vale ricordare «Escribir la cuarantena», che invita scrittori spagnoli e latinoamericani a riflettere, attraverso la scrittura, sulle nuove esperienze alle quali tutti gli individui sono sottoposti in questo periodo di emergenza e di isolamento. Il progetto prevede, a conclusione della pandemia, la raccolta di tutti gli audiovisivi quale documento storico di un’epoca di profonda crisi dell’umanità.

È stato per di più avviato il nuovo canale multimediale del CeMaB, https://web.ua.es/es/centrobenedetti/canal-multimedia/canal-multimedia-cemab.html, attraverso il quale, dal 16 marzo, sono stati condivisi gli incontri con scrittori, studiosi e artisti ospitati dal Centro di ricerca alicantino. All’interno del canale, in occasione del Día Internacional de la Poesía del 23 aprile, sono stati raccolti i testi del poeta Benedetti, di lettura pubblica, offerti dai membri e dagli amici del CeMaB, tra cui Patrizia Spinato, sul tema «Casa tomada por Mario Benedetti», oltre ad aver reso possibile per gli interessati la possibilità di partecipare agli incontri online per riflettere sulla scrittura al tempo della quarantena.

L’attività scientifica degli studiosi del Centro «Mario Benedetti» è stata incessante: nei primi mesi dell’anno Carmen Alemany Bay è intervenuta nel numero 187 della rivista Hispanófila con l’articolo dal titolo «La poesía visual e la recuperaciones precolombinas: el caso del Leticia Luna»; Eva Valero Juan ha partecipato con «Otro “personaje ribeyriano”: el “cautivo” enfrentado a la sociedad» al volume in omaggio a Julio Ramón Ribeyro dal titolo Ribeyro. Testimonios, ensayos academicos y artículos periodísticos e, nel numero 885 della rivista Ínsula, segnaliamo un suo ulteriore intervento dal titolo «La historia cultural de José Antonio Mazzotti en EE.UU.: Las flores del Mall y Declinaciones latinas». Beatriz Aracil ha pubblicato l’articolo «El héroe y sus aliados: el papel de los tlaxcaltecas en las relaciones cortesianas» nella miscellanea Los relatos del Encuentro México, siglo XVI. XXIX Coloquio Cervantino Internacional.

Nel mese di marzo è stato pubblicato il volume Todas la sombras del mundo. Homenaje póstumo a Enrique Cerdán Tato, coordinato da Juan Penalva y Manuel Valero Gómez, con la partecipazione di José Carlos Rovira con lo studio dal titolo «Para recordar a Enrique Cerdán Tato». Nel mese di maggio, invece, sono stati pubblicati due interessanti studi di Carmen Alemany Bay: rispettivamente, nell’ultimo numero della rivista di letteratura Hispamérica (University of Maryland), l’articolo «Lo insólito y lo femenino en algunas narradoras latinoamericanas actuales» e nel numero 43 della rivista Guaraguao, «Las vinculaciones entre el compromiso y la contaminaciones genéricas, la polifonía enunciativa y intermedialidad en la poesía latinoamericana (de las vanguardias a la actualidad)».

Di notevole interesse è pure la rivista elettronica Brumal, edita a giugno e coordinata da Carmen Alemany Bay e da Cecilia Eudave, nella quale hanno partecipato tra gli altri Mónica Ruiz Bañuls, con l’articolo «La narrativa juvenil de Cecilia Eudave: una propuesta  postmoderna entre lo fantástico y lo inusual», e Víctor Manuel Sanchis, con «El cuerpo habitado y la exploración de la identidad: figuraciones de la narrativa de lo inusual en La primera vez que vi un fantasma (2018), de Solange Rodríguez Pappen».

Ci fa piacere poter informare i nostri lettori che tra i lavori suddetti chi scrive ha recensito la rivista Brumal nel n. 95 del notiziario «Dal Mediterraneo agli Oceani». Nelle successive pagine del bollettino spagnolo, sebbene la precarietà del momento impedisca di programmare con certezza le attività, sono in ogni caso annunciati numerosi importanti appuntamenti futuri.

E. del Giudice

(Notiziario n. 98, novembre 2020, pp. 10-11)

“Cartaphilus”, n. 17, 2019.

Cartaphilus, n. 17, 2019, 353 pp., https://revistas.um.es/cartaphilus/issue/view/18761.

L’ultimo numero del periodico scientifico curato dalla Facoltà di Lettere dell’Università di Murcia propone una ricca miscellanea multidisciplinare di contributi dedicati all’analisi scientifica dell’espressione letteraria e artistica quale prodotto estetico, culturale e filosofico.

Al contesto cileno sono dedicati i saggi di David Aceituno Silva («Estética de lo popular en el cine de Joris Ivens y Aldo Francia») e di Cristóbal Aylwin e Maite Pizarro Granada («El sujeto en transición, una nueva subalternidad en el teatro chileno: análisis de “Flores de papel” y “El loco y la triste”»), incentrati, rispettivamente, sull’incontro della cinematografia d’autore con la realtà quotidiana dei quartieri popolari di Valparaíso negli anni ’60 e ’70, e sul teatro quale possibile strumento di resistenza alla subalternità sociale, attraverso il protagonismo di figure costrette ad autoemarginarsi dalle strutture gerarchiche che organizzano le società contemporanee, e per tanto in movimento (in transizione) tra la base dei ‘molti’ ed il vertice dei ‘pochi’. Sulla narrativa di Roberto Bolaño si soffermano i contributi di Basilio Pujante Cascales («Faverón Salvaje: Influencias de Roberto Bolaño en Vivir abajo de Gustavo Faverón Patriau») e Jara de Tomás Martín («La inoperancia tras la ventana de Los detectives salvajes»).

Il contributo di Ignacio Ballester Pardo –«Y por mirarlo todo, nada veía: 21 días con @Margo_Glantz»– restituisce tutta l’efficacia innovativa del dialogo tra la realtà contemporanea e una letteratura di alta qualità espressiva, che si appropria delle forme e dei codici della comunicazione multimediale per dare una voce al dramma dell’uomo post-moderno, sedotto dalla potenza delle proprie risorse cognitive, e nondimeno condannato a vivere la superficialità di un mondo nel quale tutti parlano e nessuno ascolta, e soprattutto nel quale la mole dei dettagli pesa sulla capacità di comprendere il contesto. Il saggio di Marta Crespo –dedicato all’opera di Chantal Maillard intitolata Filosofía en los días críticos– esamina la scrittura diaristica quale quotidiana decostruzione del sistema di valori condivisi imposti dalla sociabilità formalizzata, capace di condizionare (attraverso il conformismo delle scelte linguistiche) il pensiero, i sentimenti e le percezioni di ogni individuo. Nell’intervento di Patricia Teresa López Ruiz i riflessi letterari della novecentesca frantumazione anti-positivista dell’Io emergono dall’analisi comparativa dell’opera di Fernando Pessoa, Antonio Machado e Miguel de Unamuno. Il saggio di Christian Snoey («El lado de afuera. Idea de la historia en Historia argentina de Rodrigo Fresán») descrive le complesse dinamiche attraverso le quali i linguaggi della politica istituzionale e delle contro-culture più ‘marginalizzate’ influenzano le strutture e soprattutto le forme del racconto nel romanzo storico. Marcelo Urralburu («La polifonía del universo concentracionario en El largo viaje de Jorge Semprún») si sofferma su un romanzo autobiografico fortemente caratterizzato dall’intento di dare voce alla tragedia vissuta da un’intera collettività: tragedia che emerge dal proteiforme rapporto tra realtà storica e creazione letteraria, tra memoria e oblio, tra il necessario silenzio della clandestinità e della prigionia e l’urgenza di narrare ed esprimersi.

Il volume raccoglie anche diversi articolati contributi dedicati alle forme della scrittura e della rappresentazione teatrale. Alicia Daufi Muñoz prende in esame la ricezione dell’opera di Richard Strauss Salomé nella Barcellona di inizio Novecento, quale efficace prospettiva sui gusti estetici della società locale. Nel suo saggio incentrato sul teatro spagnolo del Siglo de Oro, Gastón Gilabert ragiona sull’impiego di strumenti musicali per ricreare effetti sonori ed amplificare l’efficacia dell’azione scenica. L’intervento di Ángela López García («La puerta Electra y la puerta Lavinia. Análisis comparatista de las Electras de Virgilio Piñera y Eugene O’Neill») prende in esame la rielaborazione e attualizzazione del mito di Elettra nelle opere teatrali di Piñera e O’Neill, quale espediente letterario per proporre una radicale revisione dei rapporti tra genitori e figli nelle società cubana e statunitense degli anni ’30 e ’40 del Novecento.

Sulla difesa dell’autodeterminazione di genere nell’opera di due poetesse dominicane, Rosa Silverio e Lourdes Batista-Jakab, si sofferma l’intervento di Tiziano Faustinelli. Berta Guerrero Almagro parte dall’analisi di due componimenti di Ramos Sucre –El asno y El jugador, tratte dalla raccolta El cielo de esmalte (1929)– per elaborare una revisione del concetto di ritmo e per restituirne la rilevanza nella prosa poetica.

David Soto Carrasco («Crisis orgánica, hegemonía y populismo. Una reflexión sobre el ensayo político español contemporáneo») riflette sulle forme ed i contenuti della riflessione politica nella Spagna contemporanea, con particolare riferimento alla nascita ed all’affermazione dei nuovi movimenti di massa ed alla decostruzione della prospettiva storica più tradizionale sulla transizione dal franchismo alla democrazia.

M. Rabà

(Notiziario n. 98, novembre 2020, pp. 8-9)

“Cuadernos hispanoamericanos”, n. 821, 2018.

Cuadernos hispanoamericanos, n. 821, 2018, 144 pp.

Il numero di novembre 2018 dei Cuadernos dedica il «Dosier» iniziale a Hugh Thomas (1931-2017), storico inglese che si dedicò dagli anni Sessanta allo studio delle realtà del mondo ispanico. Il Ministerio de Asuntos Exteriores y de Cooperación e il Ministerio de Educación, Cultura y Deporte gli anno reso omaggio nell’ottobre del 2017, a cinque mesi dalla sua scomparsa, e qui si raccolgono sette dei contributi presentati, da Marqués de Tamarón, John Elliott, Tom Burns-Maranón, Ramón Pérez-Maura, Enriqueta Vila, Jorge Edwards, Isabella Thomas, oltre ad un testo dello storico Juan Francisco Maura.

Carmen de Eusebio, in Entrevista, si dedica al messicano Gonzalo Celorio, narratore, saggista, docente, già direttore del Fondo de Cultura Económica, pluripremiato e tradotto in varie lingue. Oggetto della conversazione sono la relazione tra vita e letteratura, i fantasmi che ispirano la scrittura, la questione dell’identità, il valore del tempo.

In Mesa revuelta troviamo i contributi d Malva Flores («Adioses y conmemoraciones»), Cristian Crusat («Una triangulación biográfica sobre Thomas De Quincey»), Noemí Montetes-Mairal y Laburta («Mitos y símbolos en el Mecanoscrito del segundo origen, de Manuel Pedrolo»), Esteban Crespo Jaramillo («Leer el Quijote en Yale») e Carlos Peinado Elliott («Carnalidad de la memoria»).

Interessante altresí la sezione Biblioteca, con recensioni su Aproximaciones di Josè-Miguel Ullán, su La ciencia de las despedidas di Adalber Salas Hernández, su El rey de las hormigas di Zbigniew Herbert, su El auge de Alemania di James Holland, su El lápiz y la cámara di Jaime Rosales, su Cuentos e Cartas di John Cheever, su Los héroes están lejos di Eduardo Calvo.

P. Spinato B.

(Notiziario n. 98, novembre 2020, p. 8)

Gaia Pinargote,“SUI TUOI PASSI”

SUI TUOI PASSI

Gaia Pinargote

Ci sono tantissime canzoni che mi ricordano qualcuno. Ma una, in particolare, che starei ore su ore a ballare, è Asereje di Las Ketchup: mi fa emozionare molto, anche quando la ballo da sola, mi fa ricordare il passato, cioè dei momenti belli. Io e mia mamma ballavamo insieme questa canzone e molte altre, come i balletti di gruppo che si fanno al campo estivo. Ci sono tante persone di cui sento molto la mancanza in questo periodo, ma in particolare quella di mia mamma.

Lei è il mio angelo custode, si prende cura di me da un altro mondo lontano e veglia su di me in ogni momento della giornata. Mia mamma era ed è ancora una donna con la «D» maiuscola. Era molto speciale, non solo perché è la MIA mamma, ma perché è una donna meravigliosa: si prendeva cura di sua figlia, di suo marito e della sua famiglia, come tutte le mamme, ma lei lo faceva in un modo migliore.

Tutti la chiamavano Titti: era una donna che rideva per qualsiasi cosa, scherzava sempre con tutti, era generosa anche con le persone che non conosceva. Ricordo che donava soldi a coloro che non ne avevano e regalava vestiti ai bambini che ne avevano più bisogno: anch’io sono come lei, buona e gentile con tutti. Ricordo che lei faceva da babysitter a delle bambine più piccole di me e si prendeva cura di loro come se fossero sue figlie, aveva tanto amore da dare all’umanità. A mia madre piacevano tanto i bambini, come a tutti, penso. Quando andava al lavoro, alcune volte mi portava con lei e mi faceva giocare con le bambine che curava; ci portava al parco e ogni volta lei giocava insieme a noi, era molto divertente.

Spesso si sacrificava per comprarmi le bambole e i giochi che più desideravo, l’unica cosa che voleva era vedermi felice: come ogni madre, penso, vorrebbe vedere il proprio figlio, felice e sano. Lei farebbe di tutto per me, nei momenti belli e in quelli tristi, lei era il mio faro nella notte. La stimavo e la stimerò sempre, anche se non è qui con me.

Prima di quel fatidico momento, quando dormivo non la sognavo ma, dopo che è successo il brutto incidente, ho iniziato a sognarla più spesso e quando mi risvegliavo iniziavo sempre a piangere, mi mancava e mi manca tantissimo. Cosa non darei ora per un suo abbraccio.

Quando ero piccola, Leslie –il suo vero nome, che per me era il più bello– mi diceva che da grande le sarebbe piaciuto vedermi come avvocato, era un suo sogno. Purtroppo non ho preso la strada per studiare giurisprudenza, ne ho presa un’altra che a me piace tanto. So che anche a lei farebbe piacere: ciò che più desiderava era vedermi felice e che i miei sogni si realizzassero in qualunque modo.

Se fosse ancora qui con me mi direbbe di guardare sempre avanti e di non abbassare mai la testa, sarebbe fiera di me perché mi sto impegnando tanto e sto superando tutti i problemi che mi stanno ostacolando fin dall’inizio da quando lei non c’è più. Mia mamma era proprio un meraviglioso e bellissimo angelo, mi invogliava a diventare una persona forte e brava nel suo lavoro, infatti faccio il possibile per diventare una persona così.

Ho tantissimi ricordi insieme a lei, non abbastanza per una vita intera portata via troppo presto da un incidente così brutto dove noi dovevamo essere da tutt’altra parte ma eravamo nel posto sbagliato al momento sbagliato. Eravamo inseparabili, mi portava ovunque: al parco, a fare la spesa con lei, al cinema, dalle amiche. Mi ricordo di quella volta che eravamo in aereo per andare in Ecuador dalla nostra famiglia e io le chiesi se potessimo andare sulla Luna e poter vedere il Sole e scoprire il mondo intero; lei, da mamma protettiva, mi disse che non era un sogno così semplice da realizzare, ma che se lo avessi voluto davvero ci sarei riuscita, che sarei riuscita a fare tutto ciò che più avrei desiderato. Non so cosa pensassi in quel momento, ma credevo che quell’aereo fosse magico, in grado di farci vedere un universo intero.

Un altro ricordo insieme a lei è di quando, per colpa di un mio pasticcio (perché ovviamente devo combinare sempre qualche guaio come adesso), siamo rimaste chiuse dentro la mia cameretta; lei, dopo avermi sgridata (me lo meritavo proprio), è riuscita a mantenere il sangue freddo e a risolvere il problema. Abbiamo chiamato, tramite computer (visto che il telefono di mia mamma era nella sala), mia zia che era dall’altra parte del mondo, in Ecuador, e le abbiamo raccontato l’accaduto e che non potevamo uscire. Dopo un giro infinito di telefonate sono riusciti ad arrivare i soccorsi e mio padre, a salvarci. Nonostante avessi fatto una stupidata, alla fine della vicenda mia mamma si è messa a ridere e mi ha abbracciata forte forte. Credo che quell’avvenimento ci avesse fatto avvicinare molto più di quel che eravamo prima. Io in quel momento non capivo quanto fosse grave la questione, pensavo che fosse tutto un gioco: ovviamente, quando si è piccoli, si pensa che tutto quello che ti circonda è solo un gioco, invece è la realtà.

Un altro momento bellissimo è stato quando un giorno era andata a fare la spesa ma è tornata con una bici, era stracontenta. Quella bici è stato uno dei regali più belli che avessi mai ricevuto, la tengo ancora nel mio garage e forse la terrò sempre con me perché è uno dei pochi ricordi fisici e toccabili di lei.

Se oggi mia mamma fosse qui non farei altro che passare tutto il tempo che ho perso in questi anni a divertirci, a fare casino, a raccontarci pettegolezzi. Da quando lei non c’è più non so cosa significhi avere una mamma accanto, che ti sostiene. Non riesco e credo che mai riuscirò neanche a dire la parola «mamma» alla compagna di mio padre, non perché sia una brutta persona, ma non potrà mai raggiungere il livello di mia madre. Io farei di tutto per avere una mamma, la MIA mamma, qua in questo momento, questo momento di crisi che affligge il mondo.

(Notiziario n. 97, settembre 2020, pp. 23-24)

CRISTINA FIALLEGA, “LA RUMOROSA”.

LA RUMOROSA

Cristina Fiallega

Ero esausta, il vento mi tagliava il viso e la sabbia m’impediva di vedere la strada. Non avevo bagaglio ma dovevo ancora arrivare fino all’incrocio, dove l’autista mi aveva chiesto di aspettarlo. Comunque sorridevo, sapevo di essere lì per punizione ma ero contenta lo stesso, in fondo stavo facendo ciò che avrei voluto fin dal momento in cui avevo cominciato a lavorare per il Governo: aiutare il mio popolo. Lo so che, oggi, suona come populismo a buon mercato quel mio ideale; eppure, come recitava uno striscione che ho letto di recente, allora sentivo davvero che tutti «Siamo onde dello stesso mare, foglie dello stesso albero, fiori dello stesso giardino».

Mentre aspettavo, sorridevo davanti agli sguardi un po’ stupiti dei pochi che alla spicciolata erano arrivati allo stesso punto della via. Pensavo che quel crocicchio dovesse essere una specie di fermata di qualche mezzo pubblico. Davanti ai loro sguardi limpidi, che mi guardavano riconoscenti, forse soltanto per essere lì, non riuscivo a trattenermi e ormai ridacchiavo apertamente e anche loro con me senza sapere perché. Io ridevo nel ricordare l’espressione dell’inviato del Governatore che, con un sorriso che sembrava un’enorme pannocchia, ci aveva atteso sotto la scaletta dell’aeroplano. Dall’aereo della stampa scendevano sempre per primi i giornalisti più affermati assegnati alla Presidenza, poi i redattori nazionali o stranieri invitati a seguire i viaggi del Presidente. Poi, per ultimi, Enrique, Marcos ed io, incaricati di montare e smantellare le sale stampa e di occuparci del ‘benessere’ degli inviati.

Enrique si occupava dei problemi logistici e dei rapporti con gli addetti alla preparazione delle postazioni che, oltre ad essere attrezzate con macchina per scrivere, telefono e telex –era ancora lontana l’era digitale– dovevano avere ciò che più gradivano i cronisti: una bottiglia di whisky a uno, tabacco per la pipa a quell’altro, dolcetti, sigarette –allora si fumava nei locali chiusi– o tisane per conciliare il sonno. Marcos, che era bellissimo, si occupava di incombenze meno necessarie ma che non dovevano mancare, come accompagnare gli artigiani della penna a rinomati ristoranti, locali notturni e altri luoghi ancora meno indispensabili. Io, oltre a designare i posti in albergo, durante la notte scrivevo il comunicato stampa che i redattori trovavano pronto nella loro postazione, per seguire il viaggio e il Presidente, o per fare ciò che i più famosi ed esperti chiamavano il ‘rifritto’. Sembra che i miei comunicati non fossero niente male.

A testa in su, il rappresentante del governo, con il sorriso scolpito, oltre alla mano offriva da un cesto ai giornalisti appena scesi dall’aereo un pacchettino, contenente piccoli doni e altrettanto minuti mazzi di fiori, che una bella ragazza porgeva leggendo il nome del nuovo arrivato. Mentre scendevo, per prima fra i tre ultimi, ero contenta di vedere che nel cesto della ragazza erano rimasti proprio tre pacchettini e un mazzetto di fiori. Di solito i rappresentanti dei diversi governatori degli stati federali ci offrivano qualche prodotto tipico del luogo.

Fin da bambina mi avevano insegnato che è buona educazione aprire i doni davanti a chi te li fa. Così come facevo sempre, davanti al sorriso diventato ghigno del rappresentante del governo, aprii il pacchettino che gli altri con noncuranza avevano semplicemente infilato in tasca. Chissà che faccia avrò fatto davanti alle tante banconote contenute in un pacchetto così piccolo! Come se le mie mani stessero bruciando, con gesto istintivo restituii il rotolino: Marcos ed Enrique erano ammutoliti e si erano fermati a metà scala mentre l’ometto, con voce timida, chiese: «I fiori, li prende?» Salita sul pullman che ci portava in albergo, mi sedetti di fianco a una giornalista israeliana e le chiesi se le era piaciuto il ricordino inviato dal governatore: «Ah, sì!», rispose tirando fuori un segnalibro di pelle arrotolato come tutti gli altri pacchettini. Mi sentii più tranquilla: perlomeno agli stranieri non era stata offerta la mazzetta; mi fu chiaro che il tutto era pensato in funzione delle prossime elezioni dello stato e di nuovo pensai al Governo per cui lavoravo.

Marcos ed Enrique mi dicevano che non c’era nulla di male nella generosa accoglienza del Governatore e secondo loro ero io che gli avevo fatto torto rifiutando il dono. Quella sera, dopo aver assegnato le camere ai giornalisti, mentre mi preparavo a scrivere il resoconto delle dichiarazioni del viaggio e della ‘calda accoglienza del Governatore’, arrivò l’omino dal sorriso di pannocchia. Era lì per avvisarmi che il Signore, così chiamavano il Governatore, avrebbe avuto molto piacere che io facessi un reportage su un piccolo villaggio che si trovava dall’altra parte della cordigliera di una regione confinante, dove da poco si erano scoperte delle pitture rupestri che bisognava promuovere. Inoltre, avrebbe molto gradito che io trasmettessi alla esigua popolazione –a quel tempo meno di cinquecento abitanti–, che il suo Governo non li aveva dimenticati. Che andassi a nome suo, che individuassi le loro più impellenti necessità e promettessi che Egli li avrebbe aiutati. L’omino, quindi, mi presentò un omone che, disse, sarebbe stato il mio autista e mi avrebbe accompagnato a «La Vallata».

Viaggiammo quasi tutta la notte. Dissero che Marcos avrebbe scritto il comunicato quella sera e che percorrendo l’autostrada saremmo arrivati ai piedi della cordigliera all’alba. Così fu. Poi, sulla strada a zig zag, senza barriere, con una pendenza di quasi 35 gradi e a una sola corsia, soffiavano venti che si scontravano spingendo la Jeep da una parte all’altra della carreggiata. Quella era l’unica strada che attraversava la cordigliera e l’unica via di accesso a «La Vallata». All’ora dello spuntare rosso arancione del sole, il colore ocra del deserto roccioso, che era anche quello del cammino, emetteva riflessi in tutte le direzioni, creando l’illusione di muoversi in uno spazio metafisico, di sogno. «La Rumorosa», così si chiamava la cordigliera, era formata da enormi mucchi di massi giganteschi arrotondati per il forte vento che, infiltrandosi fra le rocce, fischiava una melodia che mi parse celeste. Ho letto sulla rete che oggi c’è un’autostrada a quattro corsie, che i massi cantori sono spariti, forse perché considerati pericolosi, e che nessuno sa piú perché quella desertica e silenziosa cordigliera sia chiamata «La Rumorosa».

Appena arrivata chiesi al sindaco, che mi voleva accompagnare ad ammirare le pitture rupestri, di portarmi innanzitutto al dispensario per capire quali fossero i più impellenti bisogni della comunità. In un cubo di mattoni, sola in mezzo alla sabbia, con una scrivania, una sedia e un lettino, si trovava sdraiata, da giorni, una donna. Era in attesa del medico che, come ogni mese, sarebbe arrivato da lì a poco.

«Poco? Quando?»

«Venerdì».

«Ma oggi è lunedì!»

«Sì, ormai manca poco».

Riuscii a telefonare all’autista chiedendogli di tornare a prendermi subito magari in ambulanza e con un medico.

«Adesso? Ma sono appena arrivato!… Va bene, magari trovo un medico… Portarla in ospedale?… Va bene, va bene, ora vengo, ma arriverò al crepuscolo e dovremo ritornare via di notte!»

Nell’attesa sorridevo, anche immaginando la donna guarita e l’assegnazione di un medico fisso per «La Vallata». Il Governatore non avrebbe negato quel regalo ai quasi cinquecento elettori della comunità montana.

All’incrocio, quasi simultaneamente, arrivarono la Jeep e il sindaco di corsa: «La signora non ce l’ha fatta!»

Quelli che prima si trovavano intorno a me sparirono, discreti e silenziosi come erano arrivati. Erano venuti per augurare buon viaggio ad Alba.

La notte era arrivata, il paesaggio ocra era diventato nero e nel nero sentivo ancora la celeste melodia della «Rumorosa».

(Notiziario n. 97, settembre 2020, pp. 20-22)

SCRIVERE DURANTE L’ISOLAMENTO. UN CONCORSO, UNA PANDEMIA, UN QUESTIONARIO

Patrizia Spinato B.

(C.N.R. – I.S.E.M. – Università degli Studi di Milano)

L’edizione 2020 del «Concorso letterario – Racconta una storia breve», sempre magistralmente organizzata da Roberto Gargioni, merita una riflessione speciale per gli eventi concomitanti e le esperienze insolite che ne hanno caratterizzato la cornice.

I mesi che ciclicamente coincidono con il periodo di maggior produttività in termini di scrittura e di presentazione dei testi si sono incrociati con un’emergenza sanitaria estrema, che ha determinato una straordinaria e diffusa situazione di isolamento fisico e di alterazione emotiva. L’interruzione dei ritmi quotidiani, la limitazione negli spostamenti, l’impossibilità di stabilire relazioni sociali dirette, il continuo stato di allerta hanno minato consuetudini, certezze, equilibri.

Non è stato facile prevedere reazioni e comportamenti, tant’è che il questionario proposto in parallelo dal gruppo di ricerca del C.N.R.-I.S.E.M. di Milano si proponeva esattamente di intercettare e di mappare le risposte degli individui in una situazione limite, mai sperimentata. Molto si è parlato e molto si è scritto non solo sugli atteggiamenti concomitanti, ma anche su presunti successivi cambiamenti, in virtú della forte esperienza maturata. Ma, senza anticipare la lettura della nostra indagine, è stato abbastanza chiaro per tutti che la gente non è cambiata, né durante, né successivamente, a meno che abbia direttamente esperito l’ospedalizzazione o il lutto. Civiltà e benessere non ci hanno educati ad una maggiore solidarietà, né emergenza e reclusione ci hanno reso piú cauti e responsabili.

L’arte sicuramente si è rivelata una risorsa preziosa, in grado di far fronte a stati d’animo alterati da frenetiche e contraddittorie notizie, all’ansia, alla paura, all’attesa. Le reazioni non sono state unanimi né sincronizzate: ognuno ha risposto con i propri tempi e le proprie modalità e a seconda delle risorse privilegiate. Molti hanno denunciato un’iniziale incapacità di concentrarsi su qualsiasi forma di lettura; altri hanno trovato immediato beneficio nella scrittura, nella pittura, nelle arti plastiche.

Anche nell’ambito del concorso letterario non è stato scontato prevedere l’adesione del pubblico, i tempi di risposta, la ripercussione tematica del contesto pandemico. Invece, dopo un inizio stentato, i contributi sono arrivati, piú copiosi che nelle edizioni precedenti, grazie anche al titolo legato alla musica e al ricordo, che probabilmente incontrava il favore dei partecipanti nell’invito a ripensare al passato. Il compito degli organizzatori e della giuria è stato impegnativo per il contesto specifico, per la quantità di elaborati da selezionare, per la definizione dei premi da attribuire, ma alla fine di grande soddisfazione per il crescente livello qualitativo dei racconti pervenuti.

Sorprendenti, emozionanti, freschi soprattutto i testi della categoria ragazzi che, pur proponendo argomenti analoghi a quelli degli adulti, lo hanno fatto scevri da infrastrutture ideologiche e stilemi. La scrittura ha dato voce a un bisogno immediato di comunicare disagi, inadeguatezze, mancanze, ma senza orpelli, in presa diretta dall’emotività giovanile.

Tra gli oltre cinquecento testi, abbiamo avuto il privilegio di poter selezionare per il nostro bollettino due inediti che, con modalità differenti, danno voce alla cospicua comunità ispano-americana residente in Italia. Per la categoria adulti vi proponiano il racconto La Rumorosa, della scrittrice messicana Cristina Fiallega, raffinata critica e già docente presso la UNAM di Città del Messico e le Università di Chieti e di Bologna. Per la categoria ragazzi abbiamo selezionato il racconto Sui tuoi passi, di Giada Pinargote, giovanissima studentessa di origini ecuadoriane dell’Istituto Caterina da Siena di Milano.

(Notiziario n. 97, settembre 2020, pp. 18-19)

Carlo Emilio Gadda, “El zafarrancho aquel de via Merulana”, Traducción de Carlos Gumpert, Madrid, Ed. Sexto Piso, 2019.

Carlo Emilio Gadda, El zafarrancho aquel de via Merulana, Traducción de Carlos Gumpert, Madrid, Ed. Sexto Piso, 2019, 332 pp.

Carlo Emilio Gadda (1893-1973) tenía 64 años cuando se publicó su novela cumbre Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, texto que, sucesivamente, llegó también a la gran pantalla con una película del afamado director italiano Pietro Germi. Hijo de la burguesía milanesa, extraordinariamente estudioso y ferviente patriota, Gadda sirvió como oficial en la Primera Guerra Mundial, experiencia que marcó para siempre su vida y obra, y en la que fue apresado y llevado prisionero a Alemania; aquí, durante su cautiverio, conoció a otros escritores italianos: Ugo Betti, Camillo Corsanego y Bonaventura Tecchi, encuentros que estimularon aún más su creatividad y que le empujaron a escribir el Giornale di guerra e di prigionia. Después de su regreso a Italia, sufrió la muerte de su querido hermano Enrico, aviador, en un accidente de vuelo.

Pese a sus inclinaciones literarias y filosóficas, Gadda se doctoró como ingeniero en 1920, profesión que practicó trabajando en Italia, Bélgica y también Argentina, en la Compañía General de Fósforos, fundada por empresarios italianos. Fue además docente de física y matemática en el Liceo Parini de Milán, escuela donde él mismo había sido estudiante. Sin embargo, nunca quiso renunciar por completo a su formación humanística, siguiendo un curso de filosofía, en la Universidad, que no llegó a completar, y colaborando con la revista Solaria en la que escribía ensayos y esbozos de relatos, entre los que destaca la primera parte de una de sus mejores obras, L’Adalgisa. Más tarde seguirán, entre otras, La cognizione del dolore y Eros e Priapo, novelas con fuerte acento satírico.

Maestro en el manejo del lenguaje, supo alternar en sus obras dialectos y jerga callejera con las más complicadas voces científicas y un refinado léxico literario, para vehicular pinceladas vivas de una humanidad heterogénea, con sus distintos sentimientos, caracteres y actitudes, y envolver al lector en la verdadera esencia de los ambientes narrados.

Así en el Pasticciaccio, novela policíaca sin aparente final resolutorio, ambientada en la Roma de 1927, sometida al poder fascista, Gadda nos conduce a través de una narración que parece desarrollarse de manera contraria a toda lógica. Dentro del considerado Palacio de los oros, en la calle Merulana, tienen lugar un robo y, poco después, el asesinato de doña Liliana Balducci, mujer rica y de actitud filántropa. El comisario Francesco Ingravallo, apodado don Ciccio (don Cebón), de origen campesino, cuerdo, pero también bondadoso, encargado de las investigaciones, tendrá que enfrentarse a una humanidad arrastrada por la deriva moral y la hipocresía, donde cada personaje tiene una múltiple personalidad, cuyos rasgos pueden cambiar, hasta transformarse por completo.

Como en un inmenso escenario teatral, en el que se perciben ecos de Teofilo Folengo y Rabelais, se entremezclan tonos apocalípticos con lo grotesco y tragicómico del ambiente romanesco, en un crescendo de giros inesperados que alcanzará el microcosmo paisano de los Castelli, de donde proceden las criadas y unas chicas amparadas por la difunta y generosa señora Balducci. El universo femenino está presente con mujeres a quienes el entorno social impide forjar su propio destino y que buscan todo tipo de razones para dar sentido a sus vidas. La novela sorprende por la actualidad de su implícita denuncia de los conflictos y prejuicios que aún hoy afectan a las mujeres. La narración sigue avanzando por un laberinto de sospechas; sin embargo, con su inquebrantable tenacidad, el comisario logrará arrojar luz sobre la verdad de lo acontecido en torno al asesinato.

El trabajo de trasladar al español ese texto caracterizado por lenguaje y estilo tan conformes al trasfondo italiano, siempre ha representado un reto muy importante. Desafío que el escritor español Carlos Gumpert, también traductor de Antonio Tabucchi, supera brillantemente, utilizando una variedad y complejidad de léxico que guardan impecable respeto al lenguaje de Gadda, así que la traducción logra mantener la atmósfera original de la obra. Gracias a Gumpert y a la Editorial Sexto Piso, la novela acaba de ser publicada nuevamente en castellano; en ella el lector descubrirá una trama que le llevará a través de intrigas y misterios acompañados por contradicciones, ironía, sutilezas, a menudo cargadas de intensidad poética. Lo que subraya, una vez más, la modernidad de la obra gaddiana.

N. Pozzoni

(Notiziario n 97, settembre 2020, pp. 16-17)

Carlos Zanón, “Carvalho. Problemi d’identità”, Milano, Società editrice milanese, 2019.

Carlos Zanón, Carvalho. Problemi d’identità, Milano, Società editrice milanese, 2019, 329 pp.

Grazie alla traduzione di Bruno Arpaia, anche il pubblico italiano può conoscere le ultime avventure talvolta rocambolesche di Pepe Carvalho, il detective privato più celebre della Catalogna. Il protagonista concentra la sua esistenza tra Barcellona e Madrid. Nella città costiera, infatti, si può trovare il suo quartier generale, in realtà un piccolo ufficio dove avvengono lunghe meditazioni o in cui si affollano bizzarri clienti. Nella capitale spagnola, invece, Carvalho è perduto in un vortice amoroso con una intrigante donna soprannominata Zombie, che è sposata con un importante consigliere ministeriale.

La vicenda si apre nella torrida estate del 2017, mentre Carvalho, da duttile pensatore, sta leggendo la terza pagina de El País. In quel mentre riceve una telefonata da una sua amica, Laura, una giornalista e corrispondente della Vanguardia. La giovane, specializzata in persone sparite, avviserà l’investigatore che una madre ha lamentato la scomparsa di sua figlia, una prostituta chiamata La Mocciosa che, secondo le sue compagne di strada, esercitava a Montjuic, un rilievo impervio e malfamato adiacente la città di Barcellona. Successivamente Carvalho scopre, tramite un’eccentrica ragazza che frequenta un agente di polizia municipale, che in un appartamento situato in un quartiere a lui vicino sono state assassinate due donne: una signora anziana e sua nipote. Gli indizi questa volta sembrerebbero ricondurre l’omicidio ad una banda peruviana od argentina. Infine, l’ultimo caso che affronterà l’investigatore, sarà quello legato ad un adolescente, la cui famiglia vorrebbe intentare una denuncia verso alcuni compagni e nei confronti delle autorità scolastiche, poiché il giovane ha subito episodi sistematici di bullismo. Carvalho è assistito dal suo braccio destro, l’avvocato Subirats, e da due personaggi dalla forte personalità. La prima, Briongos, una giovane donna che professa ideali femministi, il secondo invece è il fido Biscuter, che tuttavia rispetto alla risoluzione dei casi di cronaca nera è più interessato a coronare il suo sogno, ovvero vincere la finale nazionale di Masterchef. La seconda parte del romanzo ha una andatura più movimentata, poiché si svolge in svariati bar del capoluogo catalano e tra le borgate antistanti la Sagrada Familia. La risoluzione dei casi sembrerebbe riscontrare un proficuo successo anche grazie alla collaborazione con il cinico ed inizialmente sprezzante ispettore dei Mossos, Mataclanas. L’avventura sentimentale di Pepe invece avrà una conclusione leggermente drammatica, poiché il detective una sera, tornato a Madrid, si scontrerà con l’atteggiamento in apparenza amichevole ma superbo, impersonato dal marito della sua amante. Inoltre Pepe scoprirà che Zombie sta giocando un ruolo molto dubbio tipico dei soggetti sociopatici. Carvalho, uomo d’azione che a Barcellona ha malmenato un branco di bulli ed ha puntato una pistola in un pub verso Il Gueno, un burbero corpulento protettore di prostitute; nel contesto madrileno si trova disarmato e, dopo una fugace visita alla «Confiteria», uno scintillante locale notturno frequentato dai benpensanti, viene ricoverato per alcune ore in un pronto soccorso a causa di un malore che lo ha condotto in uno stato confusionale.

Il linguaggio adoperato da Carlos Zanón è molto immediato e gergale attraverso i dialoghi. Il tema principale, oltre a quello delle indagini, riguarda l’autonomia della Catalogna, che in quell’autunno avrebbe dovuto celebrare un referendum non autorizzato da Madrid. L’argomento è affrontato con un tono sarcastico. Per esempio, Carvalho incontra in una mansarda alcuni simpatizzanti secessionisti mentre sta fuggendo dalla polizia dopo aver inseguito e minacciato Il Gueno. In un’altra occasione il detective avrebbe affermato che per facilitare il riconoscimento della Catalogna da parte dell’Unione Europea, sarebbe stato doveroso regalare alle autorità di Bruxelles i prodotti tipici culinari ed inscenare un saggio di Sardana, una danza folkloristica che si balla in cerchio. Più avanti, durante una riunione informale coi suoi collaboratori, Pepe afferma che sfortunatamente i nuovi nazionalisti non sono più gli eredi dei socialisti o popolari moderati degli anni ’80, ma assomigliano ai seguaci di sette religiose. Cambiando radicalmente opinione, invece, alla fine della vicenda, Carvalho brucerà la costituzione spagnola del 1978, quasi come fosse un rito catartico. Un tema secondario, trattato molto marginalmente è quello del terrorismo internazionale legato all’ISIS. In qualche capitolo si accenna che i Mossos hanno innalzato l’allerta fino a raggiungere, al termine della narrazione, il quarto livello, il massimale di pericolosità. Tuttavia, la storia sembra concludersi poco prima di quello che nella realtà sarebbe diventato il più sanguinoso attacco di matrice islamica, in prossimità delle Ramblas.

Carlos Zanón è uno scrittore e poeta che è nato ed ha sempre vissuto a Barcellona. Dopo circa ventisette anni ha riscoperto e rimodernato la figura di Pepe Carvalho, il cui padre ideatore è Manuel Vázquez Montalbán. Anche Andrea Camilleri si è ispirato a quest’ultimo romanziere spagnolo, onorando col suo cognome le gesta del commissario più noto della Sicilia. Tuttavia, rispetto all’italiano Salvo ed all’ormai ingessato Carvalho, l’attuale Pepe è meno formale, più dinamico, più girovago tra locali di tendenza ed ovviamente impegnato in una relazione sentimentale che a tratti rasenta una trattazione psicologica. Tuttavia, è forse questa strategia autorale che meglio disegna una identità moderna, con i suoi pregi e le sue asperità, come del resto i mutamenti della metropoli in cui sono ospitate le sue avventure.

R. Riva

(Notiziario n. 97, settembre 2020, pp. 16-17)